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Cocaina, al vaglio un antidoto contro la dipendenza

14 gennaio 2015
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Cocaina, al vaglio un antidoto contro la dipendenza

Secondo un noto principio basato sul corrispettivo tra azione e reazione, non esiste in natura un singolo veleno senza il suo corrispondente antidoto, di modo che, ad ogni sostanza in grado di esercitare un’azione di tipo nervino (sia essa stimolante, rilassante o paralizzante) sul nostro cervello, risulta sempre possibile, in linea teorica, ricavare una molecola antagonista in grado di ripristinare l’equilibrio sconvolto dall’assunzione, accidentale o volontaria, del veleno.

Pur non essendo immediatamente letale o in grado di mettere a repentaglio la vita in base ad un singola assunzione (casi di overdose logicamente esclusi), anche la cocaina agisce alla stregua di un comune veleno, andando a stimolare un’anomala produzione di nuerotrasmettitori in grado di alterare la struttura del nostro cervello e di consentire l’instaurarsi dei quel fenomeno, definito come dipendenza, in base al quale gli equilibri bio-chimci del nostro organismo ormai sconvolti necessitano di ulteriori assunzioni della sostanza ad un livello non solo psicologico, ma marcatamente fisico.
Proprio a partire da un’analisi dettagliata dei meccanismi che legano le molecole della cocaina ai nostri recettori cerebrali, i ricercatori facenti capo all’Università di Copenaghen sono riusciti a giungere all’ideazione di un autentico antidoto alla sostanza in grado di interrompere la catena legata alla dipendenza senza il ricorso a palliativi che accompagnano invece il processo di disintossicazione da altre tipologie di droghe (eroina soprattutto) e che basano la loro azione su una semplice riduzione delle dosi,unita alla forza di volontà del soggetto.

I medici danesi hanno infatti chiarito il meccanismo attraverso il quale la cocaina stimola la produzione di dopamina, sostanza legata al senso di piacere e di ricompensa, mediante l’azione esercitata da alcune proteine, definite “di trasporto” che consentono lo scambio di informazioni tra le molecole coinvolte nel processo, andando ad impedire la ricaptazione della dopamina e il suo conseguente eccessivo rilascio nell’organismo.

In parole molto più povere, ogni volta che assumiamo cocaina, la sostanza interagisce con le proteine di trasporto, le quali, a loro volta, impediscono che le quantità di dopamina prodotte dall’organismo vengano riassorbite (come comunemente avviene mediante il processo definito come reuptake), dando vita ad uno squilibrio permanente che porta il consumatore ad avere picchi di appagamento in corrispondenza dell’assunzione di cocaina e tremende cadute umorali una volta che l’eccesso di dopamina viene riassorbito in concomitanza con la fine dell’azione prodotta dalla sostanza.

Proprio intervenendo sulle proteine di trasporto e inibendo la loro azione, risulta possibile secondo gli autori dello studio pubblicato sul Journal of Biological Chemistry interrompere la catena e rendere inefficace la cocaina, generando una condizione in cui all’assunzione non corrisponde più il noto stato di euforia e il conseguente instaurarsi di una dipendenza di tipo fisico.

La creazione di un autentico antidoto appare ancora lontana, ma la possibilità di intervenire sulla struttura delle proteine di trasporto definisce pienamente a livello teorico quelli che son i parametri utili alla ricerca; parametri che prevedono la genesi di una sostanza in grado di scomporre le suddette proteine e di concretizzare quel teoricissimo assunto che prevede l’esistenza di almeno un antidoto per ogni veleno presente in natura.

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