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Fumare abitualmente “super-cannabis” può indurre schizofrenia

18 febbraio 2015
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Fumare abitualmente “super-cannabis” può indurre schizofrenia

Essendo tutti noi cresciuti in universo immaginario popolato da eroi e poteri fuori dal comune, siamo immediatamente portati ad associare il prefisso latino “super” con un implemento di facoltà in grado di porre la nostra percezione o le nostre abilità motorie ben al di sopra di quelle possedute dalla media dei comuni mortali.

Se il discorso non fa una grinza quando ci riferiamo a giustizieri mascherati e paladini volanti, il rapporto comincia a non reggere più in ambito di cannabis, il cui potenziamento di natura artificiale pare in grado di provocare non un aumento di abilità, ma una loro sostanziale diminuzione, con conseguenteinsorgenza di malattie mentali destinate ad abbassare le nostre capacità cognitive e percettive.

Da uno studio condotto dai ricercatori del King’s College di Londra è infatti emerso che la celebre Skunk, vale a dire quella particolare coltura di marijuana ad alto contenuto di tetraidrocannabinolo (thc), potrebbe favorire alla lunga l’insorgenza di schizofrenia e disturbo bipolare, sulla base della capacità del principio attivo aumentato di interferire con le normali attività a livello cerebrale.

La ricerca si è svolta vagliando alcuni parametri mentali relativi a 410 degenti di un istituto psichiatrico (di età compresa tra i 18 e i 65 anni) e raffrontandoli in seguito con quelli di un campione di soggetti sani pari a 370 individui, che non presentavano una pregressa storia di disturbi neurologici alle spalle, con l’intento di istituire una possibile correlazione tra i pazienti psichiatrici e i consumatori abituali di super-cannabis.

Dallo studio, durato sei anni, è emerso che un consumo quotidiano di skunk si traduceva in modo quasi matematico in un’incidenza del 60% superiore della schizofrenia; vale a dire che ogni forte consumatore di super-cannabis incappa mediamente in un rischio di sviluppare una grave patologia neurologica superiore a oltre il doppio di quello presente in un non fumatore o in un fruitore saltuario di marjuana comune.

Premesso che la varietà di cannabis denominata skunk presenta un coefficiente di Thc di ben 25 volte superiore a quello rilevato nella comune marijuana, la ricerca parrebbe porsi nel solco di quell’ampia tradizione medica che individua un nesso di tipo causale tra il consumo delle cosiddette “droghe leggere” e l’incidenza complessiva di numerose malattie neurologiche e psichiatriche, la cui diffusione esponenziale pare diventare quasi endemica in quelle aree urbane dove il consumo supposto è ritenuto più elevato.

La ricerca pubblicata su Lancet Psychiatry si pone quindi come un monito per le nuove generazioni ad evitare di incappare in pericolose dipendenze e a restituire il prefisso latino “super” alla sua naturale dimensione fumettistica, trascurando il più possibile tutte quelle colture ottenute in laboratorio che promettono effetti miracolosi, destinati a durare poco più di un battito di ciglia.

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