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Tribunale nega l’adozione ad una signora colpita da cancro al seno

30 giugno 2016
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Tribunale nega l’adozione ad una signora colpita da cancro al seno

Purtroppo, molte patologie oncologiche portano in dote un aumentato rischio su base genetica, in base al quale è legittimo ritenere che una madre ammalata di cancro al seno possa costituire un fattore di rischio per la prole di sesso femminile e spingere le sue figlie in direzione di controlli più accurati e frequenti atti ad evitare che la medesima patologia si manifesti in età adulta.

Tutto questo non implica ovviamente che una paziente affetta da cancro al seno non possa essere un’ottima madre o che la sua aspettativa di vita non possa essere tanto lunga, a fronte delle moderne cure, da consentirle di portare a termine il suo percorso di accudimento genitoriale senza troppi impacci e fino al pieno compimento di quell’arco di tempo al termine del quale i figli si fanno sempre più indipendenti e liberi di lasciare il domicilio genitoriale.

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Fa piuttosto sgomento, dunque, la sentenza emessa dal tribunale dei minori di Torino in base alla quale ad una donna di 42 anni è stato negato l’accesso all’adozione solo perché affetta da cancro al seno e solo perché non erano trascorsi quei canonici 5 anni dalla contrazione della patologia, al termine dei quali è lecito parlare di piena guarigione.

Una signora di 42 anni si è infatti vista rifiutare l’affidamento di un minore dopo che una patologia di tipo oncologico l’aveva colpita quando aveva 29 anni, lasciandola sterile, e dopo che il cancro aveva fatto recentemente la sua ricomparsa, venendo tuttavia debellato e non mettendo in pericolo di vita la paziente, la ci aspettativa di vita rimane al momento pressoché inalterata anche a fronte degli interventi e delle terapie subite.

Nonostante lo stesso Tribunale abbia riconosciuto la dona come “fisicamente idonea all’accudimento della prole”, i giudici hanno reputato l’ambiente familiare poco sereno e spezzato così il sogno della richiedente di poter adottare dei bambini, data la sopracitata impossibilità di darne alla luce, andando inoltre a rappresentare un pericoloso precedente in sede legale per tute coloro che si trovano alle prese con identici problemi di salute.

Ampiamente accolta con amarezza dalla donna, dai suoi legali e da gran parte dell’opinione pubblica, la sentenza appare in questa sede come discriminatoria verso la condizione di malattia e francamente immotivata, dato che, fortunatamente, l’aumento delle probabilità di trasmissione del rischio oncologico tra figlio e genitore adottivo non esiste, se non all’interno di qualche barzelletta di cattivo gusto.

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