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Bambini plusdotati, come riconoscerli e valorizzarli

19 settembre 2016
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Bambini plusdotati, come riconoscerli e valorizzarli

Impiegata nei secoli per definire fenomeni psichici di varia natura e per rendere conto di processi mentali piuttosto astratti e impalpabili, l’intelligenza non è in realtà che la capacità di legare insieme (inter-legere) elementi e dati apparentemente privi di una connessione e di ricondurli ad uno schema unico, in cui i termini del ragionamento trovano una soluzione condivisa, di modo che, una persona “intelligente” riuscirà ad esempio a risolvere con maggior facilità un problema (sia esso matematico, linguistico o semplicemente sociale) proprio in virtù della capacità del suo cervello di legare tra loro tutti gli elementi che vengono proposti e di dar vita ad un quadro di insieme coerente.

Per quanto i nostri figli ci sembrano, quasi per definizione, più intelligenti, svegli, abili e pronti di quegli degli atri, tanto da dover documentare ogni istante della loro esistenza sui social networks come se si trattasse di un unicum irripetibile e dotato di immenso valore scientifico, può accadere che alcune capacità legate alla sfera cognitiva si sviluppino davvero con largo anticipo rispetto alle tabelle elaborate in sede pediatrica e che alcuni bambini risultino effettivamente più dotati degli altri, non perché posseduti dallo spirito Mozart o da qualche astrusa forma di genialità, ma in quanto, appunto, protagonisti di uno sviluppo più rapido e lineare.

plusdotati e problemi

Il fenomeno dei bambini plusdotati è ormai da decenni oggetto di studi disparati, volti al loro riconoscimento sulla base di dati oggettivi e alla necessità di tutelare i piccoli di fronte ad un sistema scolastico e ad una dimensione domestica che potrebbero rivelarsi fonte di alienazione sociale o di una marcata tendenza all’isolamento, tipica del cliché del “genio incompreso”, dato che i comuni percorsi didattici sono calibrati sulle esigenze di bambini normodotati e che un piccolo plusdotato potrebbe sentirsi a disagio di fronte a nozioni per lui troppo ovvie o ad un contesto sociale in cui i suoi coetanei e faticano a comprendere a fondo problematiche per lui troppo ovvie.

Una recente indagine condotta sui circa 400 mila italiani considerati ad alto potenziale ha infatti riscontrato un’assoluta mancanza di idoneità da parte delle nostre strutture nel valorizzare le inclinazioni dei bambini plusdotati e la conseguente sensazione di estraneità di fronte al mondo esterno percepita dai piccoli geni in erba.

Se numerose delle problematiche incontrate risiedono nella natura stessa dei bambini plusdotati e in una generale tendenza al non uniformarsi alle regole sociali che spesso si accompagna ad una condizione di maggior intelligenza o abilità, buona parte del carico che grava sui bambini più dotati è generato invece a partire dall’incapacità di riconoscere e valorizzare una condizione psichica che può produrre numerose ombre qualora la si guardi sotto una luce sbagliata e la si scambi per semplice insofferenza.

Come riconoscere i bambini plusdotati

Ribadendo a gran voce come ogni genitore trovi il proprio piccolo speciale rispetto agli altri (e in senso assoluto, lo è sicuramente), il lungo percorso di ricerca iniziato con la scoperta della condizione associata è culminato con l’ideazione di parametri oggettivi volti a chiarire la reale natura del bambino e il livello cerebrale al quale appartiene, di modo da poterlo inserire in una determinata categoria di riferimento, con l’intento di comprendere più a fondo le sue abilit , i suoi comportamenti e i suoi sentimenti nei confronti del mondo che lo circonda.

Premesso che classificazioni e categorie non rappresentano certamente un versante della ricerca scientifica gradevole o facile da accettare, soprattutto se riferito all’ambito infantile, l’attuale sistema di suddivisone dei bambini plusdotati si è reso necessario per cercare di chiarire la natura dello specifico sviluppo intellettivo e per impedire che un comune bambino, magari piuttosto brillante, venisse scambiato per plusdotato e fosse sottoposto ad un percorso pedagogico assolutamente al di fuori dalla sua reale portata.

plusdotati a scuola

L’attuale classificazione riconosce 5 differenti livelli di abilità speciali e suddivide i bambini pulsodtati sulla compresenza tra un QI piuttosto elevato e la predisposizione verso determinate forme espressive, cercando di cogliere le peculiarità di ogni bambino dotato e di proporre un approccio totalmente differente ad un bimbo che, ad esempio, possiede un QI di 160 ed un’inclinazione verso la musica, rispetto ad un suo coetaneo che, al contrario, possiede medesimo quoziente intellettivo, ma una spiccata propensione per il calcolo algebrico.

Proposto dalla ricercatrice Deborah Ruf e in parte adottato dalla scienza medica corrente, il sistema di catalogazione più raffinato tende cioè a dividere i bambini plusdotati in 5 fasce, definite dalla lettera L, in base al risultato raggiunto in appositi test dedicati alla rilevazione del QI e a focalizzarsi in seguito sulla specifica natura di ogni bambino, di modo da non ricondurre la componente umana al semplice novero di parametri e misurazioni in materia di abilità logico-matematiche.

In linea di massima, il livello più basso di categorizzazione parte da un QI pari a 120 e si conclude in L5 con punteggi decisamente superiori a quelli fatti registrare dalla media degli adulti, in grado di superare agevolmente il livello di 170.

Prima di sottoporre i bambini ai test del caso e trasformali in oggetto di ricerca medica, esiste comunque una vasta gamma di indicatori e di segnali che possono lasciarci presagire la presenza di qualche abilità particolare sviluppata da nostro figlio, a dispetto dall’universo dei suoi coetanei e di quelli che vengono tradizionalmente considerati i comuni standard pedagogici legati alla crescita dei gusti e delle facoltà cerebrali in età prescolare.

La maggior parte degli esperti in materia concorda infatti sul fatto che un precoce sviluppo delle capacità legate alla lettura di testi scritti, un’attenzione marcata verso il mondo delle arti, la presenza di una capacità di autocritica non comune alla sua età e il possesso di facoltà mnemoniche in grado di riportare alla mente anche dettagli trascurabili potrebbero lasciar presagire che il piccolo in questione possa venire incluso nel novero dei plusdotati con tutti i pro e i contro che al cosa comporta.

Quali difficoltà per i bambini plusdotati?

Come annunciato a più riprese e ratificato da una recente indagine condotta sull’universo nostrano dei bambini plusdotati, la presenza di una sorta di “dono” porta in dote non solo possibilità espressive e cognitive senza paragoni, ma una serie di difficoltà inerenti al sfera relazionale e problematiche relative all’inserimento nel comune percorso di apprendimento scolastico.

A differenza di quanto accade in numerose altre nazioni, il nostro Paese non prevede infatti al presenza di appositi ausili in sede scolastica ai bambini plusdotati, con conseguente difficoltà da parte degli insegnanti nello stimolare, gestire ed educare gli alunni muniti di capacità logico-linguistiche più marcate rispetto a quelle dei loro compagni.

plusdotati e intelligenza

La presenza di doti cerebrali più marcate si accompagna spesso con una scarsa soglia di attenzione in classe, con la tendenza a voler pensare ad altro e disturbare il corso di una lezione ritenuta non interessante, con il risultato di un’errata percezione della reale condizione del bambino, spesso percepito come affetto dalla sindrome da disturbo d’attenzione e costretto a lunghe sedute analitiche finalizzate alla risoluzione di un problema che di fatto non esiste.

Numerose ricerche hanno infatti attestato come la presenza di doti intellettive elevate si accompagni spesso ad una diagnosi relativa alla temutissima, quanto fantomatica, Adhd (sindrome da deficit di attenzione i e iperattività) con il risultato che il piccolo plusdotato si trova da un lato costretto ad annoiarsi nel corso di lezioni che non rispecchiano le sue reali esigenze intellettive e dall’altro deve cercare di “riabilitare” la sua posizione d fronte alla presenza di una condizione patologica assolutamente teorica che imputa ad un disturbo cognitivo la perdita di interesse verso attività per lui banali.

Dal momento che i nostri istituti scolastici sono riusciti, al termine di un lungo percorso, a realizzare una serie di attività didattiche e supporti rivolti verso l’universo dei bambini affetti da disabilità o da problemi nello sviluppo cognitivo, i tempi sono probabilmente maturi per svolgere un’operazione analoga in direzione dei piccoli plusdotati e per consentire che il possesso di un dono non si tramuti in una condanna sociale o nella genesi del consueto cliché del genio incompreso, ma anche questa, forse è solo questione di intelligenza.

 

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