Universo Bambini
3

Il bimbo piange prima di dormire, come calmarlo

22 giugno 2016
8128 Visualizzazioni
0 Commenti
13 minutes read
Il bimbo piange prima di dormire, come calmarlo

In un mondo che tende sempre più a considerare l’essere umano alla stregua di un’entità autosufficiente e vagamente autarchica non stupisce che numerose correnti di tipo pedagogico abbiano cambiato idea sul corretto approccio da tenere di fronte al pianto di un bambino e abbiano iniziato a sostenere a spada tratta la teoria che prevede, fin dalle prime fasi, la necessità di lasciare sfogare le pulsioni emotive fino al loro naturale esaurimento, rappresentato dalla cessazione del pianto o dal naturale addormentamento, in caso il piccolo inizi a piangere proprio quando si decide di metterlo a letto.

Se in parte è sicuramente vero che, una volta uscito dal grembo materno, il bimbo cessa di essere un’estensione del corpo della mamma e può cominciare ad acquisire la sua indipendenza emotiva, i fautori del “lasciamolo piangere, tanto prima o poi smetterà” non tengono in considerazione una serie di fattori legati alla dimensione comunicativa del piccolo e al fatto che il pianto, esattamente come la febbre, è una spia in grado di rimandare ad un disagio più profondo e non la manifestazione di un sintomo da alleviare a qualunque costo.

bambino piangere domire

Non trovandosi provvisto di una sfera linguistica e gestuale tale da poter esprimere in modo compiuto cosa suscita disagio e inquietudine nel neonato, il pianto si trova ad essere cioè l’unica strategia comunicativa utile a richiamare l’attenzione dei genitori e fare in modo che le sue richieste siano ascoltate ed è per tanto compito nostro cercare di capire cosa il piccolo ci vuole dire ed eliminare tutto ciò che può turbare la sua sfera sensoriale.

Non avendo la più pallida idea di cosa sia un capriccio e della possibilità di piegare la volontà dei genitori mediante la messa in atto di una crisi di pianto prima del primo anno di età, il bimbo piange sempre per una ragione ben precisa e prima di affidarci alle mani dei teorici del lasciare correre occorre stabilire quanto questa ragione possa trovarsi ad essere futile o meno.

Perché piange un bimbo di pochi mesi?

Fatta eccezione per l’ovvio trauma legato alla nascita e all’abbandono di un ambiente sereno in cui la temperatura era sempre costante e il nutrimento arrivava in modalità istantanea senza troppi sforzi, i bambini iniziano a piangere con insistenza durante le loro fasi di vita per una serie di ragioni legate alla paura del vuoto, alla fame, alle difficoltà digestive o al timore di venire abbandonati, dato che, seppur non pienamente consapevole delle proprie potenzialità, un neonato possiede comunque una sorta di istinto di specie che gli fa avvertire la sua esistenza come “incompleta” e priva di autosufficienza e che risulta perfettamente consapevole del fatto che, in caso di abbandono, si troverebbe condannato a morte.

Risulta ampiamente possibile, dunque, che al momento della messa a letto il bimbo si trovi a percepire una di queste fonti di disagio e che il suo pianto cerchi di comunicarci in modo chiaro che qualcosa non va nella sua nuova condizione a livello sensoriale, oppure che le condizioni relative alla messa a letto non si trovano in armonia con i suoi bisogni fisiologici nel preciso momento.

mettere a letto bambinoPer quanto esteso e dotato di sfumature di intensità, che varie correnti pediatriche hanno tentato in vano di ricondurre ad una sfera meramente acustica, risulta comunque possibile comprendere le esatte ragioni che portano il bimbo a piangere in corrispondenza delle ore notturne e a porvi rimedio dopo aver escluso improbabili moventi di natura patologica o l’ancor più remota possibilità che vostro figlio rappresenti una sorta di eccezione alle leggi che regolano l’universo infantile.

La paura del vuoto

Non essendo in grado di compiere movimenti volontari di alcuna natura e di gestire il suo corpo, il neonato possiede un’embrionale forma di agorafobia e teme per tanto gli spazi troppo aperti, all’interno dei quali il rischio di precipitare è percepito come reale.

Una delle molteplici ragioni (non l’unica, sottolineiamo) che porta il piccolo a percepire un abbraccio come rassicurante concerne infatti una dimensione sensoriale all’interno della quale il neonato si trova stretto e perfettamente consapevole dei confini del proprio corpo, dato che le sue estremità poggiano al petto del genitore dando la sensazione di un ambiente chiuso nel quale risulta impossibile perdersi o smarrirsi.

bambino dorme

Prima di mettere a letto il bimbo è importante accertarsi che il suo giaciglio possieda caratteristiche del tutto simili a quelle di un abbraccio e che il bimbo possa percepirne in modo netto i confini, evitando di lasciare il neonato all’interno di spazi troppo estesi (come può essere quello rappresentato da un lettino ) preferendo culle, navette e affini, dove una semplice opera di “stretching” porterà il piccolo a capire dove inizia e finisce il suo microcosmo e la relativa assenza di pericoli legati a spazi estesi e alla presenza del vuoto oltre la manina.

Non occorrono molte disamine per osservare come un bimbo inserito in una culla provi piacere nel toccarne i bordi e ripeta a più riprese l’operazione, traendone conforto e acquisendo sicurezza sempre maggiore man mano che cresce la sua conoscenza e la comprensione delle esatte dimensioni del suo accogliente microcosmo.

La paura dell’abbandono

Dato che la sopravvivenza del piccolo dipende in modo esclusivo dalle carezze e dalle cure dei suoi genitori, il bimbo tende rapidamente ad assuefarsi di fronte alla sua massima fonte di piacere ed è ormai ampiamente dimostrato come il contatto e l’odore dei genitori produca nei neonati un’esplosione di endorfine in grado di calmarli, ma al contempo di renderli dipendenti di fronte ai piacevoli effetti prodotti dal neruotrasmettitore in questione, il cui effetto rilassante ed euforizzante rimane invariato fino all’età adulta.

Risulta quindi evidente come il temporaneo abbandono del piccolo comporti un rapido calo nella produzione di endorfine con conseguente timore di non poter più provare quei piacevoli attimi e di venire lasciato per sempre ad una vita di stenti e di dolore.

mettere bimbo a letto

Le strategie per fronteggiare la paura dell’abbandono notturna sono molteplici e determinate in base alle preferenze individuali, andando comprendere la possibilità di fare dormire il bambino nel lettone, la capacità di prenderlo in braccio e rilasciarlo al sopraggiungere di ogni crisi, oppure l’affidamento a surrogati del calore e dell’amore genitoriale.

Se la strategia del lettone è quella in grado di garantire i migliori effetti nel breve termine, risulta evidente a chiunque abbia mai avuto figli che deve essere limitata ad un arco temporale ridotto, dato che al passare del tempo non solo crescerà l’assuefazione del bimbo alle piacevoli sensazioni, ma che dopo il primo anno di età potrebbero insorgere effettive paure di altra origine in grado di spiazzare il piccolo e di fargli odiare le ore da trascorrere da solo in cameretta, con conseguente crescente difficoltà di favorire l’inevitabile distacco.

La possibilità di prendere il bimbo in braccio ogni volta che piange è invece la più snervante per tute le mamme e i papà alle prese con notti insonni, ma quella in grado di consentire l’allungamento degli intervalli di sonno nel lungo termine e di far comprendere al bimbo che i genitori sono sempre lì per lui, anche se non ne percepisce la presenza diretta ogni momento.

Riprendendo inoltre un antichissimo consiglio, suggeriamo di far dormire il bimbo a stretto contatto con un peluche o un pezza intrisa dell’odore dei genitori, dato che la sola percezione di una continuità olfattiva risulta funzionale a calmare il bimbo in presenza di uno sviluppo meno accentuato degli altri 4 sensi e di un nasino che diventa il filo conduttore dell’intera routine quotidiana.

Ho mangiato troppo o troppo poco

Premesso che la questione concerne in modo quasi esclusivo i bimbi allattati al seno, non è nostra intenzione addentrarci in questa sede nel campo minato relativo alla presunta esistenza elle colichette gassose, ma osservare come (esattamente come accade in ogni altro essere vivente) anche il neonato si torva spesso in difficoltà di fronte alla sovrabbondanza di cibo o ad una sua eventuale carenza, soprattutto quando non ha ancora preso le misure alle sue capacità digestive e quando la posizione supina potrebbe favorire piccole crisi di reflusso in caso il piccolo venga coricato a distanza troppo breve dai pasti.

Dato che l’allattamento viene effettuato su richiesta e che le quantità erogate non si trovano mai ad essere certe, è egualmente possibile che il bimbo abbia ancora fame o che, al contrario la posizione sdraiata non si trovi in pieno accordo con il suo stato digestivo, per cui provate ad abbracciarlo per qualche minuto tenendolo stretto al petto in posizione eretta e valutate l’impatto emotivo della soluzione prima di procedere.

neonatopiange_emergeilfuturo

In caso il bimbo prosegua nel pianto e il classico Rasoio di Occam abbia escluso le cause sopraelencate, procedete pure con nuova poppata, finite di saziare la creaturina a attendete ancora il lasso di tempo necessario alla digestione prima di rimetterlo dolcemente nel suo giaciglio, in caso contrario, il pianto cesserà in corrispondenza del proverbiale “ruttino” o dell’attenuazione degli altri fattori che possono aver dato origine alla crisi imprevista.

In ogni caso, se le crisi di pianto sfociano in modo abituale al momento della nanna, è altamente improbabile che la manifestazione emotiva rimandi ad una condizione patologica o ad un turbamento di origine differente, dato che le patologie non si manifestano ad orari prestabiliti e che le possibili fonti di preoccupazione risultano limitate a quanto il neonato può effettivamente percepire e non a quanto tendiamo a riversare sulla sua ignara prische.

Qualunque sia la strategia adottata, l’importante è non lasciare che il pianto del bimbo si esaurisca da solo, dal momento che piangere è un’operazione estenuante per il bimbo e che la speranza che crolli sotto i colpi della stanchezza non solo è crudele, ma porta in dote serie potenziali problematiche alla laringe del piccolo e alla sua stabilità emotiva.

Il tempo per giungere alla piena indipendenza emotiva del bambino è ancora ben lungi dal venire e l’auspicata autosufficienza verrà raggiunta quando il pianto diverrà davvero il movente per un capriccio e non una necessità detta da ragioni legate ad angoscia, turbamento e sopravvivenza.

 

[adrotate banner=”15″]

 

 

Altri post che ti potrebbero interessare

Questo sito utilizza Cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione. Se vuoi sapere di più clicca su maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi