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Dipendente incinta costretta a pagare una sostituta o a licenziarsi

27 marzo 2017
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Dipendente incinta costretta a pagare una sostituta o a licenziarsi

Non molto tempo fa, il nostro Paese aveva applaudito di fronte alla decisione di una piccola start up di assumere una dipendente giunta al nono mese di gravidanza, celebrando la vicenda alla stregua di una sorta di emblema del cambiamento dei tempi in atto e della fine di quell’odiosa dicotomia culturale che prevedeva madri e “donne in carriera” alla stregua di universi incompatibili e incomunicabili.

Dato che, purtroppo, difficilmente una singola rondine porta con sé la primavera, l’Italia si è svegliata in questi giorni nella morsa di un inverno sociale e culturale, per via dell’agghiacciante vicenda che ha avuto per protagonista una piccola ditta di Treviso, autrice di un ricatto medievale operato nei confronti di una ragazza incinta.

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Una 25enne dipendente della suddetta azienda, dopo aver eseguito il test di gravidanza e aver rilevato la positività si è infatti recata dal suo datore di lavoro a riferire la lieta notizia, confidando in quella “benemerenza” che dovrebbe venire garantita da ogni legge possibile e immaginabile e per consentire all’azienda di ristrutturare il proprio organico in previsione della lunga assenza, come prassi e buon senso impongono.

Come un fulmine a ciel sereno, la ragazza si è invece sentita rispondere che, se intendeva mantenere il suo posto di lavoro, avrebbe dovuto versare l’assegno Inps di maternità all’azienda, di modo da pagare una sostituta, rinunciando così ai doverosi aiuti versati dallo stato per sopperire al congedo temporaneo.

Ovviamente rifiutata la squallida “offerta”, la giovane lavoratrice è stata quindi invitata a licenziarsi sulla base della folle idea che, dato che l’azienda avrebbe dovuto spendere soldi per sopperire alla sua assenza, era meglio che la ragazza si facesse da parte e rinunciasse al suo stipendio per sempre.

Una volta imboccata la strada che conduce in direzione del sindacato, la ragazza ha esposto il suo caso agli operatori della CGIL, scoprendo tra l’altro di non rappresentare un’eccezione alla regola poi tanto remota e tale da poter suggerire che la primavera è finalmente arrivata anche sull’universo femminile del cielo occupazionale.

 

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