Universo Bambini
9

Il bambino non parla. Quali sono le ragioni?

30 maggio 2016
5106 Visualizzazioni
0 Commenti
7 minutes read
Il bambino non parla. Quali sono le ragioni?

Narra la leggenda che Albert Einstein sia rimasto in completo silenzio fino al compimento del nono anno di età, quando decise di rompere improvvisamente il mutismo più assoluto durante una cena in famiglia per dire che la zuppa appena servitagli era troppo calda e che, se fino ad ora aveva taciuto, significava che tutto andava per il meglio, rispondendo così in modo geniale al quesito: “perché il bambino non parla?”

Spesso confuso per verità storica, il simpatico aneddoto rivela in realtà molto sull’universo infantile e testimonia come la componente legata allo sviluppo del linguaggio nel bambino non segua necessariamente tappe obbligate, ma debba venire inserita nell’universo sociale e antropologico all’interno del quale il piccolo si orienta.

Il bambino parla

Se per decenni la pedagogia si è cimentata con la produzione di tabelle finalizzate a scandire le tappe dello sviluppo linguistico in modo quasi forzato, oggi pare farsi sempre più strada un approccio differente che lega la sfera del linguaggio a quella dei bisogni e delle necessità infantili, ponendo il bimbo al centro di un universo semantico in cui la parola compiuta diventa il tramite effettivo per esprimere un disagio o un desiderio altrimenti destinato a rimanere latente.

Quando un bambino non parla in età compresa tra i 18 e i 24 mesi, cioè, è ampiamente possibile che le ragioni non siano ascrivibili a quel ritardo della sfera cognitiva e linguistica temuto dai genitori di tutto il mondo, ma che la mancata espressione verbale sia dovuta al fatto che il bambino si orienti in un ambiente domestico in cui tutti i suoi bisogni vengono soddisfatti senza il pesante fardello di dover compitare qualche parola.

Prima di votarsi in direzione dell’opinione altrui (spesso deformata dalla Rete) su forum e chat online, prenotare sedute dal logopedista in anticipo sulle effettive tempistiche che rendono necessario un intervento medico e tentare di costringere il piccolo a ripetere termini bisillabi come se fosse un pappagallo senza piume, occorre dunque compiere un passo indietro e ripensare in toto al rapporto che lega il bambino agli oggetti che lo circondano e all’accudimento genitoriale, chiedendosi al contempo perché il bambino non parla.

Il bambino non parla

Osservando il comportamento del bambino, si nota infatti la presenza di una sfera pre-linguistica all’interno della quale oggetti e alimenti vengono indicati o ai quali il bambino si riferisce con versi privi di valenza sintattica; sfera che viene spesso completata dalla perfetta conoscenza del genitore delle necessità espresse e quindi soddisfatta prima che il bimbo tenti di dare un effettivo suono alle parole che intende pronunciare.

Facendo un esempio concreto: se il piccolo Marco, bambino di 20 mesi, desidera un biscotto, prima di tentare di esprimere il suo desiderio a parole (operazione per lui piuttosto faticosa), cercherà di indicare il luogo dove abitualmente si trovano chiusi i biscotti, stimolando il pronto intervento del genitore che, perfettamente conscio del desiderio di Marco, si recherà subito a soddisfare la sua necessità, bloccando sul nascere ogni tentativo di progredire oltre la dimensione pre-linguistica.

Discorso analogo vale per un ipotetico capriccio: se Marco piange disperato perché il suo desiderio non è stato esaudito e il genitore di riferimento corre a procurarsi il biscotto pur di non trovarsi con le orecchie straziate, non offre uno stimolo valido a Marco per denotare in modo corretto l’oggetto delle sue brame, dato che il pianto raggiunge l’identico obiettivo e che gli costa meno fatica rispetto ad un tentativo di incursione nella sfera del linguaggio “adulto”.

Cosa fare dunque se il bambino non parla?

Esattamente come accade per ogni altro tipo di abilità, il bambino tende infatti a sviluppare in modo compiuto la sfera del linguaggio solo quando la ritiene indispensabile al raggiungimento degli obiettivi preposti o all’alleviamento di una sofferenza; condizioni che vengono palesemente meno nel caso di un genitore troppo presente o troppo pronto ad accorrere al minimo gesto del bimbo.

Dopo aver escluso in sede pediatrica cause congenite legate alla sordità o ad altri stati patologici, che si trovano fortunatamente ad essere molto meno frequenti di quanto la bizzarra letteratura internettiana vorrebbe far credere, il consiglio è quello di ripensare il rapporto di accudimento che ci lega ai nostri figli e la loro chiave d’accesso agli oggetti che li circondano.

il bambino e il linguaggio

Un simpatico escamotage suggerito da Lucia Rizzi nel suo libro “Fate i bravi bambini” consiste nel fingere di non capire cosa voglia realmente il bambino e nel metterlo di fronte ad un’alternativa di fatto, scandendo pazientemente i due termini dell’unione ed enfatizzando quello che incarna le brame del bimbo.

In caso il piccolo Marco si trovi ad indicare la credenza con i biscotti, la strategia migliore da adottare è dunque quella di proporgli il biscotto in alternativa a qualcosa che non rientra al momento tra i suoi desideri principali, chiedendogli se vuole dell’acqua, ad esempio, o un biscotto e cercando di resistere nel frattempo al “piano-b” messo in atto dal bimbo, legato alla crisi di pianto scaturita di fronte alla mancata soddisfazione immediata del suo desiderio.

In ogni caso, risulta vivamente sconsigliato perdersi in paragoni con altri bambini e riversare sul piccolo le nostre frustrazioni, dato che il bambino di età superiore all’anno percepisce perfettamente il livello di ansia al quale viene sottoposto quando le sua abilità specifiche non si trovano ad essere in linea con le aspettative dei genitori.

Raccomandando a tutte le mamme e i papà del mondo il rispetto e la pazienza che l’operazione comporta, il consiglio è dunque quello di indagare a fondo sulle ragioni per le quali il bambino non parla prima del compimento del secondo anno di età, senza farsi prendere la mano da angosce e timori privi di fondamento, dato che il giorno in cui il bambino troverà la vostra zuppa troppo calda, troppo fredda, troppo insipida, o addirittura disgustosa è proprio lì dietro l’angolo.

 

[adrotate banner=”14″]

Altri post che ti potrebbero interessare

Commenti disabilitati

Questo sito utilizza Cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione. Se vuoi sapere di più clicca su maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi