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Il Dna svela quanti figli avrai e quando

3 novembre 2016
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Il Dna svela quanti figli avrai e quando

Prepotentemente entrato al centro del dibattito pubblico italiano a causa dell’ormai celebre Fertility Day e di campagne informative non esattamente da premio Nobel per la Pace, il versante legato alla fertilità e alla predisposizione ad avere figli si compone in realtà di una serie di sfaccettature ancora in parte misteriose e non strettamente riconducibili a fattori ambientali e culturali.

Premesso che sicuramente l’età del primo concepimento, la contrazione di patologie (come l’endometriosi) debilitanti per l’apparato riproduttivo e l’adozione di pessime abitudini possono alterare il funzionamento della macchina riproduttiva e condurre in direzione della sterilità, pare infatti che esista una marcata componente genetica atta ad indicare quando avremo il primo figlio e quanti figli avremo sulla base di alcune informazioni scritte nel nostro DNA.

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In base ad un recente studio condotto dai ricercatori facenti capo all’università di Oxford, pare infatti che il ruolo esercitato dalle informazioni contenute nei filamenti di Dna sulla procreazione in età adulta esuli dalla semplice sfera dei gusti personali e si ponga come una sorta di indicazione, quasi deterministica, relativa non solo al nostro grado di fertilità, ma anche alla durata del ciclo riproduttivo e alla possibilità di avere una prole più o meno numerosa.

Per giungere a questa conclusione, i ricercatori inglesi hanno passato al vaglio un ampio database, contenete informazioni relative a 238 mila soggetti di ambo i sessi in materia di età del primo concepimento e ad altri 330 mila soggetti in materia di numero di figli avuti nel corso della loro vita ed hanno proceduto, successivamente, ad incrociare le informazioni statistiche con il patrimonio genetico degli uomini e delle donne inserite nell’analisi a campione.

Dall’esame incrociato è emerso che entrambi i fattori, legati all’età del primo figlio e al numero della prole, si trovavano associati a determinate caratteristiche genetiche dei genitori e che dunque dovevano necessariamente esistere determinate variazioni genetiche in grado di fungere da indicazione in merito a durata, entità e preferenze del ciclo riproduttivo individuale, tanto maschile, quanto femminile.

Analizzando il patrimonio cromosomico dei soggetti inseriti nel database i medici sono inoltre riusciti a coprire l’esistenza di ulteriori varianti in grado di predire, ad esempio, la comparsa del primo ciclo mestruale e a mettere in relazione con le facoltà riproduttive in età adulta.

Lo studio pubblicato su Nature Genetics mostra dunque come la fertilità si ponga alla stregua di un dono di derivazione genetica, senza nulla togliere al fatto che le nostre scelte e le nostre abitudini possono in parte alterarla o limitarla, come aveva tentato di sottolineare il Ministero nel corso di quel Fertility Day poi naufragato sotto i colpi di pessime grafiche e slogan puerili.

 

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  • Limp Yao

    ma l’articolo dovrebbe concludere: l’apporto genetico e’ il 10% di cio’che puo’ essere determinabile nel futuro, il rimanente 90% e’ dato dalle condizioni materiali in cui si vive. Allora sarebbe piu’corretto fare una ricerca su base socio-economica per capire chi puo’ generare di piu’. interessante..

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