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Ron Howard dirige un documentario sugli esordi dei Beatles

22 giugno 2016
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Ron Howard dirige un documentario sugli esordi dei Beatles

A dimostrazione di come musica e cinema si trovino spesso intrecciati, accade spesso che i grandi registi prossimi ormai al viale del tramonto decidano di rendere omaggio alle canzoni e agli artisti che hanno ispirato le loro creazioni ed accade così che, dopo Scorsese alle prese con i Rolling Sotnes, tocchi ora a Ron Howard comporre un tassello della sua carriera con un documentario inedito sui Beatles.

Reduce dal successo commerciale di Rush e delle avventure mistico-drammatiche dell’esperto di simbologia Robert Langdom, il regista premio Oscar sta infatti per lanciare nelle sale di tutto il mondo The Beatles-Eight days a week, biopic ricco di materiale inedito che ripercorre le fasi artistiche immediatamente antecedenti alla formazione e all’ascesa dei Fab Four all’interno della scena di Liverpool andando a trattare aneddoti inediti e retroscena del tutto ignoti persino all’ampio esercito di fan che ha fatto dei Beatles un’autentica malattia.

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In uscita nelle sale cinematografiche per una sola settimana (questa volta non di otto giorni), il documentario verrà presentato dal 15 al 21 settembre prossimi e si pone come une delle novità cinematografiche più succulente dell’autunno che verrà, grazie ad inserti di materiale originale coperto dalla polvere e di testimonianze eccellenti realizzate attraverso meticolose interviste a Yoko Ono, Paul McCartney, Ringo Starr e Olivai Harrison, la cui voce, soprattutto nel caso dei due membri superstiti, rappresenta la fonte più autorevole per capire la genesi di un fenomeno sociale di recente tornato in auge tra i giovanissimi e ben lontano dal vedere la sua naturale conclusione, complice la pochezza della scena musicale attuale e lo svuotamento dei filoni narrativi legati alla canzone nella sua forma classica.

A differenza di Rush, in cui Ron Howard trasformava altre eroi del passato in personaggi da romanzo e aggiungeva volontariamente nuovi elementi ricchi di suspence all’intreccio, Eight days a week si presenta come un’opera “nuda” in cui il regista funge da semplice testimone degli eventi e rimane per un attimo dietro le quinte, lasciando che siano la storia e i protagonisti a parlare, esattamente come aveva Martin Scorsese in Shine a Light, il cui merito registico è quello di aver saputo riprendere un concerto degli Sotnes da una prospettiva inedita e senza bruciare Mick Jagger sotto al luce dei riflettori, tra l’altro.

 

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