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Spielberg festeggia i suoi settant’anni con una fiaba

19 dicembre 2016
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Spielberg festeggia i suoi settant’anni con una fiaba

Piacciano o non piacciano i suoi film, non vi è dubbio alcuno che a Steven Spielberg va riconosciuto il grandissimo merito di aver trasferito il concetto di “colossal” da una esigua nicchia, incentrata per lo più a produzioni incentrate su personaggi biblici, ad una dimensione molto più familiare, nella quale all’enorme budget investito veniva a corrispondere un prodotto profondamente emotivo e fruibile in modo immediato, senza il bisogno di una pazienza degna di Giobbe, giusto per restare in tema.

A distanza di 45 anni dal suo primo capolavoro, quel “Duel” che resta probabilmente la sua opera più sentita e più ricca di pathos autentico, Steven Spilenberg può oggi affacciarsi alla soglia dei suoi primi 70 anni forte di una serie di successi commerciali privi di paragone nella storia del cinema e con un lungo carnet di icone create dai suoi film che risultano immediatamente riconoscibili anche a decenni di distanza dalla loro ideazione.

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Se tutti noi associamo immediatamente le fattezze di E.T. con la celeberrima battuta incentrata sul telefono: quelle de Lo Squalo con il carico di terrore che coinvolse i bagnanti al termine della proiezione della pellicola o le immagini rosse su sfondo in bianco e nero di Schindelr’s List con il drammatico racconto dell’olocausto, Spielberg punta ora a regalarsi una nuova produzione con l’intento di andare a rimpinguare quell’immaginario collettivo di adulti e bambini che si trova ultimamente un po’ a soffrire l’assenza di punti di riferimento specifici.

In uscita in Italia il 30 dicembre prossimo, il Grande Gigante Gentile rappresenta infatti, da un lato, il punto di approdo di un lungo percorso cinematografico incentrato sull’infanzia e sul viaggio di formazione e, dall’altro, il movente per offrire al grande pubblico un nuove eroe in grado di trasformare la sua diversità in un’icona dei valori positivi che il film si ripromette di trasmettere.

Basato sull’omonimo romanzo scritto da Rohal Dahl, il film presentato nel corso della scorsa rassegna di Cannes riporta infatti in auge tutti gli stilemi del cinema di Spielberg e si pone come un breve viaggio di formazione in cui il senso dell’emotività e la dimensione intima della narrazione collimano alla perfezione, secondo uno schema, ormai ampiamente collaudato, che portato le grande produzioni hollywoodiane e i colossal ad uscire dalle saghe bibliche per incarnarsi in storie da guardare e apprezzare con un a leggera lacrima che fa capolino all’angolo dell’occhio.

 

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