
Il modo in cui definiamo e cataloghiamo gli elementi appartenenti alla realtà circostante, dipende spesso in modo molto più stretto dal punto di vista che decidiamo di assumere, che non dalle intrinseche caratteristiche dell’oggetto osservato.
Capita così di identificare per secoli Saturno in virtù dei suoi unici e peculiari “anelli”, per poi scoprire che bastava rivolgere lo sguardo altrove per scoprire l’esistenza di un enorme pianeta munito di un numero di anelli tale da far sembrare Saturno alla stregua di un adolescente alle prese con il suo primo piercing.
Gli astronomi facenti capo all’osservatorio olandese di Leiden hanno infatti avvistato un pianeta fino ad ora ignoto, collocato nella galassia della stella J1407, in grado di vantare un numero di satelliti disposti ad anello superiore alla trentina e un’ampiezza del diametro relativa ad ogni anello quantificabile nella misura di decine di milioni di chilometri.
Giusto per rendere l’idea delle dimensioni in questione, è sufficiente notare come tra ogni singolo anello lo spazio sia tanto da consentire l’orbita di ulteriori lune extrasolari, facenti parte di un campo gravitazionale non riconducibile a quello dei singoli anelli in virtù di dimensioni molto più estese rispetto alla moltitudine di detriti che compongono ogni anello.
L’avvistamento è stato reso possibile da quell’ampio progetto denominato Super Wasp che ha portato l‘osservatorio di Leiden a lavorare in sinergia con l’università di Rochester (New York) e a mettere in campo una quantità di risorse tali da consentire di giungere alla scoperta di numerosi pianeti e gravi fin ora non contemplati dagli atlanti astronomici ufficiali, tra i quali la versione extra-large di Staurno ricopre sicuramente un ruolo privilegiato.
Il prossimo passo della ricerca è ora rappresentato dallo studio della conformazione fisica degli anelli che gravitano intorno al nuovo pianeta, la cui analisi è resa possibile da particolari strumenti in grado di definire le modalità con cui la luce curva e si eclissa in prossimità della loro struttura e la conseguente deduzione del materiali ai quali le peculiari modalità del fenomeno luminoso risultano riconducibili.
Se fino all’ideazione di telescopi a “tutto tondo” (di cui Kepler resta sicuramente il più noto) si pensava di essere giunti ad una visione tutto sommata esaustiva dell’Universo, il continuo implemento di tecnologia ha condotto in direzione di un corrispondente aumento di conoscenza e di stupore, un po’ come se pianeti, stelle e galassie si trovassero in attesa di essere notati, osservati e catalogati sulla base delle nostre peculiari esigenze.
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