In un calendario che si fa via via sempre più confuso e denso di ricorrenze (talvolta palesemente inventate), le istituzioni sanitarie a livello globale hanno deciso di istituire una giornata dedicata a tutte le principali malattie presenti sulla faccia del pianeta Terra, con l’intento di dare vita ad una sorta di onomastico laico in grado di farci ricordare, giorno dopo giorno, quali pericoli si celano dietro l’angolo dei nostri comportamenti scorretti e quante persone soffrono nel mondo a causa di problematiche attualmente incurabili.
L’unica eccezione a questo schema è rappresentata dall’allattamento al seno, la cui importanza è giudicata talmente cruciale nello sviluppo delle sorti dell’umanità da richiedere non un singola giornata dedicata all’anno, ma un’intera settimana, nel corso della quale gli esperti di settore provenienti dalle più disparate nazioni del Pianeta si confrontano su dati statistici, nuove evidenze in merito ai benefici connessi con la pratica e nuove strategie d’azione, finalizzate da un lato a portare il latte materno laddove manca e dall’altro a convincere il novero di coloro che dispongono del prezioso fluido, ma non desiderano allattare per ragioni o convinzioni di natura strettamente personale.
Dato che la World Brestfeedeing Week si trova ad essere in pieno corso di svolgimento fino al 7 agosto prossimo e che l’apertura dei lavori ha già prodotto risultati più che apprezzabili, in merito a strategie globali ed evidenze scientifiche, cercheremo di riferire il più possibile circa lacune e successi conseguiti nel conto dell’iniziativa promossa e organizzata dall’Unicef e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) per far fronte a contingenze che parlano di drammatici cali nella pratica e di ostacoli da superare per consentire la piena formazione del sistema immunitario infantile.
Se l’iniziativa può sembrare superflua o addirittura fastidiosa presso una larga fascia di pubblico, ormai persuasa del fatto che i benefici relativi all’allattamento al seno risultino replicabili e rimpiazzabili dal ricorso a surrogati industriali e che l’atteggiamento adottato da gestanti, medici e specialisti possa addirittura sembrare vessatorio, questa è dunque la settimana ideale per fare il punto della situazione e per chiarire fino in fondo come l‘impegno profuso dall’Oms e dall’Unicef sia direttamente proporzionale ad una gamma di benefici utili a tutelare la salute pubblica e a ridurre le pandemie su scala globale, i cui costi in termini sanitari giustificano ampiamente la profusione di risorse messa in campo durante la Wbw.
Allattamento esclusivo e allattamento immediato
Premesso che il latte materno è una delle poche sostanze in natura che risultano al contempo gradite e salutari per i neonati e che non vi è (e non vi deve essere) alcun limite relativo alle tempistiche attraverso le quali le neomadri intendono allattare, le maggiori preoccupazioni alla base dell’iniziativa riguardano la necessità di allattare in modo esclusivo per i primi sei mesi di vita del bambino, dato che proprio in questo arco di tempo si determinano le sorti future del bimbo e che qui si gioca la partita principale in cui sono coinvolti il sistema immunitario e la possibile insorgenza di infezioni.
A fianco di una pluralità di studi “secondari” (per modo di dire) che attestano i benefici dell’allattamento sullo sviluppo della psiche del bambino, sulla corretta conformazione del suo apparato digerente, fegato in primis, e sull’inscindibile legame che si viene a creare tra madre e figlio, le maggiori evidenze riscontrate su base statistica riguardano infatti proprio i possibili danni che potrebbero insorgere in termini di protezione dalle infezioni, in caso l’allattamento non venga effettuato in modalità costante per i primi sei mesi di vita.
Andando ad analizzare nel corso di svariati studi il tasso di incidenza relativo alle più comuni infezioni presso campioni statistici dislocati ad ogni latitudine, la comunità scientifica ha potuto riscontrare, ormai da decenni, come l’allattamento al seno comporti una diminuzione del rischio tale da condurre ad una disparità di stime che vede la presenza di infezioni di ben sette volte maggiore laddove il latte materno viene a mancare, con conseguente numero di casi riguardanti neonati ospedalizzati o soggetti a rischi piuttosto seri per la salute che si allarga in modo esponenziale al decrescere della pratica.
Inoltre, numerose ricerche attestano come il ruolo cruciale svolto dal latte materno si intensifichi al decrescere dell’età del bimbo, riducendo il tasso di morte infantile del 40% in caso il nascituro abbia potuto godere del nettare nel periodo di tempo compreso tra le 2 e le 23 ore successive alla nascita, il che significa che il prezioso mix di anticorpi presente nel latte non garantisce solo benefici in termini di salute futura del bambino, ma che si pone alla stregua dell’unico vero “medicinale” in grado di abbattere il rischio di incidenza delle principali patologie letali che si manifestano nei 40 giorni successivi alla nascita.
Le ricerche compiute sulla pratica definita come allattamento immediato hanno infatti mostrato che, contrariamente a quanto si credeva fino a poco tempo fa, la somministrazione di latte durante le primissime fasi della vita del bambino consente un trasferimento di anticorpi senza eguali e riesce a creare una sorta di scudo contro patologie comuni e possibili complicazioni che potrebbero insorgere in quell’arco di tempo critico compreso nei fatidici 40 giorni dalla nascita.
Senza voler sciorinare ulteriori stime e percentuali in materia, è dunque evidente perché l’Oms e l’Unicef premano tanto per promuovere l’allattamento esclusivo nel corso dei primi sei mesi e l’allattamento immediato e perché la lunga iniziativa e le risorse messe in campo si configurino alla stregua di un investimento destinato a produrre risparmi in termini economici e di vite umane nel lungo termine.
Il reale stato dell’allattamento nel mondo
Dopo aver appurato come il latte materno si configuri come una sorta di toccasana per le funzioni vitali del bambino (ed è pure gratis!), le note dolenti iniziano quando ci si sofferma a vagliarne l’incidenza su scala globale e si scopre che la pratica più naturale del mondo incontra sempre più ostacoli, di svariata natura, che prescindono spesso dall’effettiva reperibilità della materia prima e che si agganciano a moventi di natura culturale o endemica.
Gli osservatori dell’Oms e dell’Unicef hanno infatti potuto operare una sorta di censimento mondiale dell’allattamento per riuscire ad individuare il numero di bambini che si trova a vivere ai margini del latte materno, stimando la cifra in circa 77 milioni di unità, molti di quali si trovano dunque esposti ad un rischio sanitario amplificato in base alla regione geografica di appartenenza e dal fatto di non poter ricevere il nutriente nelle fasi immediatamente successive alla nascita.
Nel caso specifico vagliato dall’Unicef, incentrato sull’allattamento effettuato entro la prima ora dalla nascita, gli osservatori della nota associazione in difesa dei diritti dell’infanzia hanno infatti potuto riscontrare curve di crescita relative alla pratica ancora troppo lente e o addirittura inesistenti in determinate aree del Pianeta, come l’Africa centrale e occidentale, dove le massicce campagne incentrate sull’allattamento immediato non hanno sortito alcun effetto e dove l’usanza di allattare al seno il bimbo appena venuto alla luce non ha mai trovato terreno fertile.
Oltre a non garantire effettiva protezione contro il tasso i rischi derivanti da infezioni e patologie, la pessima usanza di negare al bimbo il latte nel corso della prima ora seguente al travaglio comporta inoltre un tasso di diminuzione complessivo relativo allo stesso allattamento, dato che esiste una correlazione tra la somministrazione di sieri artificiali durante le prime ore e la tendenza a proseguire con forme di allattamento artificiale anche durante il corso di quei sei mesi fissati come periodo ottimale all’allattamento in modalità esclusiva e assoluta.
In sostanza, la somministrazione di surrogati del latte materno al bambino appena nato porta in dote la possibilità che l’allattamento non venga mai compiuto secondo le modalità naturali e che la madre, per ragioni legate a stanchezza post partum o alla volontà di delegare il compito, rinunci all’allattamento anche la termine di quelle ore cruciali.
La possibilità di intervenire sui due versanti relativi all’allattamento esclusivo e immediato porterebbe dunque in dote una nuova prospettiva al mondo della pediatria e riuscirebbe, in caso di abbinamento, a salvare migliaia di vite ogni anno a fronte della vittoria su quelle numerose resistenze socio-culturali che hanno imposto all’Oms l’uscita dallo schema classico delle giornate dedicate per riservare un’intera settimana ad un’operazione talmente naturale e benefica da trovarsi tristemente caduta in disuso in un’era postmoderna e sempre più all’insegna di repliche e surrogati.