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Videogiochi: e se avessero anche effetti positivi sulla psiche dei bambini?

1 settembre 2016
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Videogiochi: e se avessero anche effetti positivi sulla psiche dei bambini?

Ogni generazione di genitori che ha fatto la sua comparsa sul pianeta Terra, fin dall’alba dei tempi, ha portato in dote una sorta di sdegno per le predilezioni e i passatempi adottati dalla generazione successiva, fino al punto di trasformare le celeberrime espressioni condite dall’immancabile “ai miei tempi” in una sorta di leitmotiv che si tramanda da padre a figlio e che attesta in modo inequivocabile come tutti noi percepiamo un continuo peggioramento dei costumi che progredisce in parallelo ad un rinnovato benessere e al progresso scientifico.

Se dunque i “giovani di oggi” non hanno quasi per antonomasia più valori, interessi, passioni, ideali e trascorrono un’esistenza priva di mordente, una delle maggiori fonti di apprensioni genitoriali è rappresentata da quel mondo dei videogiochi che si è permesso di sostituirsi rapidamente ad attività ludiche di tipo tradizionale (magari all’aria aperta), senza che per altro nessuno lo avesse autorizzato a mandare in soffitta gli amati svaghi prediletti dai bambini nel corso di un’epoca storica in cui la parola tecnologica faceva rima con la presenza di una lavatrice in casa.

videogiochi e bambini: quando?

Accusati di ogni nefandezza possibile e immaginabile per decenni, i videogiochi potrebbero tuttavia trovare un’impensata rivincita parziale in una serie di studi clinici, piuttosto recenti, che ne attesterebbero una sorta di valenza educativa inconscia e persino l’insperata capacità di migliorare le facoltà cognitive dei piccoli “nerd”, mediante una stimolazione cerebrale condotta ad arte per aumentare la soglia d’attenzione e i riflessi dei piccoli giocatori.

Se dunque rientrate anche voi a pieno titolo nel nutritissimo novero di genitori che vorrebbero tirare testate al muro ogni qualvolta vostro figlio accende la Playstation o finge di ascoltarvi mentre lancia distratto uno sguardo in vostra direzione, nel bel mezzo di una partita a Candy Crush Saga, a fianco della dolorosa constatazione relativa al fatto che i tempi del nascondino e della carta stampata potrebbero essere tramontati per sempre, un’analisi più approfondita dei rischi e dei benefici connessi con il videogaming potrebbe lenire la vostra sofferenza esistenziale e condurvi ad accettare quanto di fatto risulta inaccettabile, se non altro almeno su un versante meramente estetico e ludico.

I videogiochi potrebbero migliorare il rendimento scolastico

A gettare qualche ombra di dubbio sull’equazione che prevede i bambini amanti dei videogiochi alla stregua di segregati sociali, incapaci di concentrarsi su attività più produttive o di relazionarsi con un universo scolastico in cui l’apprendimento passa anche dalla capacità di uscire dalla sfera dell’autoisolamento, è recentemente sopraggiunto un bizzarro studio australiano, secondo il quale la passione per i videogiochi andrebbe a braccetto con un rendimento scolastico superiore alla media.

Andando ad analizzare nel dettaglio la propensione per i videogiochi, la quantità di ore trascorse davanti allo schermo e gli esiti scolastici di un campione statistico pari a 12 mila ragazzi, appartenenti a differenti istituti superiori, i ricercatori facenti capo alla Rmit University di Melbourne hanno potuto constatare l’esistenza di migliori facoltà intellettive presso coloro che trascorrevano più tempo in compagnia di joypad e consolle rispetto ai ragazzi poco propensi a cimentarsi con avventure virtuali.

bambini e tempo per i videogiochi

Nel dettaglio, il test basato sull’ideazione di una serie di quesiti scientifici e matematici, volti a rilevare le conoscenze e le capacità di calcolo dei giovani, ha fatto riscontrare punteggi più alti di circa 15 unità in ambito matematico presso i videogiocatori e uno scarto di ben 17 punti in ambito scientifico, marcando così un discrimine piuttosto netto tra l’universo dei videogiocatori e i loro coetanei, quantomeno in materia di scienze e calcoli.

I medesimi esiti non sono stati tuttavia riscontrati tramite l’analisi degli effetti prodotti sulla psiche dei giovani dall’uso massiccio dei social networks, strumenti che per loro stessa natura impongono all’utente una fruizione di tipo passivo dei contenuti visualizzati e in cui la spinta verso l’azione rimane piuttosto limitata e comunque non in grado di agire su quella porzione del complesso cerebrale adibita allo sviluppo delle capacità di calcolo e ragionamento.

Difficilmente ascrivibile all’ambito delle coincidenze statistiche, data la vastità e l’eterogeneità del campione esaminato, la ricerca si pone in realtà come punto di approdo di altri studi che si erano focalizzati su specifici aspetti del rapporto che intercorre tra videogiochi e stimolazione cerebrale, andando ad analizzare l’impatto del gaming su problematiche neurolinguistiche come la dislessia o sul corretto sviluppo delle facoltà cognitive mediante stimolazione artificiale.

Numerose ricerche avevano infatti attestato, durante gli scorsi anni (celebre quella condotta dall’Università di Padova) come un utilizzo moderato e consapevole dei videogiochi possa stimolare le aree del cervello che presiedono alla sfera linguistica e porre così soluzione alle problematiche connesse con la dislessia o con altre forme lievi di difficoltà di apprendimento ed espressione scritta.

Quali rischi?

Ovviamente, come accade per tutte le cose, i vantaggi derivanti dal tempo trascorso con i videogiochi appaiono pienamente relativi in base al loro impiego ed occorre evitare di procedere in direzione opposta, consentendo ai bambini di trascorrere quantità di tempo interminabili in compagnia di giochi e consolle, prima di assistere alla repentina vanificazione dei benefici stimolanti prodotti dalla pratica: se qualche sessione quotidiani di gioco può infatti risultare funzionale al benessere psico-fisico del bimbo, un abuso dei videogiochi porta in dote una serie di svantaggi ben lungi dal porsi come incentivo al totale via libera.

Oltre alla nota capacità di provocare assuefazione nel cervello dei bambini, per via di un perenne rilascio di endorfine che conduce in direzione di una gratificazione cerebrale simile a quella prodotta a partire dal consumo di sostanze stupefacenti, i videogiochi potrebbero infatti alterare la percezione degli spazi nei più piccoli, soprattutto se dotati di natura “tridimensionale” e condurre i bambini a sentirsi disorientati, in un ‘accezione molto poco metaforica del termine.

videogiochi e bambini

Sottoporre i piccoli fruitori alla percezione di uno spazio simile a quello reale, ma dotato di profondità solo simulata, potrebbe infatti dar luogo a difficoltà percettive, non appena il bimbo si trova nuovamente catapultato nella realtà fisica e si deve misurare con una serie di estensioni e dimensioni delle quali si trova ad aver temporaneamente perso memoria e che non riesce a ricondurre a quelle percepite attraverso il filtro dello schermo.

Infine, lo stereotipato e sempre presente problema relativo all’isolamento sociale del bambino può davvero presentarsi (persino in un mondo popolato da giochi online) qualora il piccolo non dia segno di voler svolgere altre attività al di fuori del videogaming e di distinguere con fatica quelle che sono le effettive problematiche sociali, in un’epoca in cui condivisone, socializzazione, contrasti e relazioni sono destinati a dettare un imprinting duratura nella vita del bambino.

Come tentare l’approccio ai videogiochi

Dato che, anche se vi trovate a vivere in un baita remota in mezzo ai ghiacci della Groenlandia, vi risulterà difficile tenere vostro figlio lontano dal magico mondo dei videogiochi per tutta la vita, conviene giocare d’anticipo e cercare di approcciarsi all’universo del gaming insieme a lui, non appena il bimbo dà segno di mostrare interesse verso l’attività, perché è stato a casa di un amichetto, ha visto la pubblicità di un gioco in tv o ha semplicemente sentito parlare dei videogiochi fino a farsi sempre più curioso in merito.

Il consiglio è dunque quello di non reprimere una tendenza che potrebbe trovarsi destinata ad esplodere come un fiume in piena in seguito, ma di incanalare i suoi gusti e le sue esigenze all’interno di un ambiente familiare in cui genitori diventano parte attiva dell’attività ludica e della scelta relativa ai titoli più appropriati alla sua età.

videogiochi e rischi sui bambini

Cercate dunque, per quanto possibile, di farvi una cultura in materia di videogiochi, utile ad impedire l’acquisto di un titolo basato su zombie e cannibali ad un bimbo di sei anni, di accompagnare il piccolo presso il più vicino rivenditore e di mediare i suoi gusti con le sue reali possibilità, evitando giochi violenti o (vedi sopra) simulazioni di tipo tridimensionale prima del compimento del sesto anno di età, misura considerata funzionale alla maturazione delle capacità percettive legate all’orientamento.

Anche se la cosa potrebbe fa storcere il naso (e di fatto, lo fa) a molte mamme e a molti papà, tentate di concludere l’opera sedendovi vicino a vostro figlio e partecipando attivamente al gioco, cercando di carpirne le regole ed instaurando una sana competizione, utile a spingere il piccolo ad aguzzare l’ingegno in cerca di nuove soluzioni per “sconfiggervi” e a farlo prevalere in arguzia, senza che ovviamente la cosa si trasformi nel movente per una faida familiare.

Solo quando avrete accertato che i gioco non presenta una fonte di stress per il piccolo e che il bambino segue coscienziosamente le regole relative a tempistiche e modalità in cui il videogioco è permesso, potrete concedergli maggiore autonomia, vigilando di tanto in tanto su quello che sta facendo, con la scusa magari di voler fare una partita con lui e di voler testare il suo grado di bravura con il joypad.

Ribadendo a gran voce come ogni genitore preferirebbe che i propri bimbi giocassero all’aria aperta, suonassero strumenti musicali o sfogliassero libri dalla mattina alla sera, occorre dunque cercare di spezzare quella lunga catena generazionale che prevede i nostri figli alla stregua di vuoti fruitori di prodotti stupidi e cercare di avvicinarci al loro universo semantico e concettuale, mandando finalmente in soffitta tutti quei “ai miei tempi” che hanno a loro volta fatto davvero il loro tempo.

 

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