Per quanto i legislatori di tutto il mondo si sforzino, spesso infruttuosamente, di estendere al maggior numero di categorie umane i basilari diritti e principi che regolano la convivenza civile, esisterà sempre qualche individuo che si sentirà escluso dal novero, per un motivo o per l’altro, e una corrispondente nuova categoria che si sentirà dunque relegata ai margini delle innovazioni acquisite.
In casa Apple, dove fortunatamente nessuno partorisce leggi o statuti, l’enorme operazione commerciale rappresentata dall’introduzione di emoticon multietniche, politically correct, gay friendly e chi più ne ha più e metta, si è tradotta in una piccola sbadataggine in grado di portare un’intera categoria di persone ad urlare contro la presunta discriminazione messa in atto dall’azienda di Cupertino.
I geniali programmatori Apple si sono infatti dimenticati di dare vita ad una emoji fornita di rossa chioma e in grado di allietare, attraverso un’improbabile immedesimazione, tutti coloro che si trovano in possesso di un patrimonio cromosomico di tipo celtico, all’insegna di pelle diafana capelli rossi.
I responsabili del blog Ginger Parrot, particolarmente indignati per la svista, hanno addirittura dato vita ad una petizione online denominata “Redheads should have emoji, too!” (anche i rossi di capelli dovrebbero avere la loro emoji!), finalizzata alla raccolta di consenso e adesioni in grado di spingere la Apple a rimediare al tragico errore, percepito da uttti i rossi del mondo come provvisto di carattere denigratorio.
A fronte del consenso raccolto dall’insolita iniziativa (circa 1600 firme), i responsabili di Apple hanno fatto sapere mediante una nota ufficiale che provvederanno tempestivamente a risarcire il mondo celtico dell’emoticon derubata e pare che i grafici siano già al lavoro per creare una simpatica faccina dalla rossa chioma che andrà ad affiancare l’arcobaleno etnico-cromatico delle proprie emoji.
La morale della vicenda, in caso se ne voglia cercare a tutti i costi, consiste nel fatto che le operazioni di marketing incentrate su un messaggio di tolleranza richiedono un tasso d’attenzione decisamente superiore rispetto ad ogni altra trovata dall’ampia portata commerciale perché, per quanto cerchiamo di includere un novero spropositato di tipologie umane nei nostri propositi, esisterà sempre qualcuno in possesso di caratteristiche tali da fiutare odore di discriminazione anche tra le pieghe di un mondo inclusivo e tutt’altro che ghettizzante.