Un po’ come accadeva per le tute dei piloti di Formula 1 negli anni’80, in cui ogni spazio disponibile veniva venduto al miglior offerente (deretano incluso) e in cui a fine gara non si capiva se il gran premio fosse stato vinto da Prost, da Hugo Boss o dal signor Marlboro, i colossi hi-tech stanno rapidamente smantellando al gioiosa fase iniziale in cui tutto era gratis per cercare di vendere un traffico, altrimenti inutile, al miglior offerente e di trasformare i loro giocattolini in uno spot perenne.
Se YouTube, Facebook, Twitter e affini sono ormai contaminati dal morbo della reclame in ogni loro anfratto e risulta sempre più difficile fruire di un contenuto libero da pubblicità, fino ad ora si sono salvate le più popolari app dedicate alla messaggistica istantanea, un po’ per ragioni logistiche, dato che infilare un messaggio pubblicitario in una chat risulta davvero un’impresa ardua e invasiva, un po’ per non turbare gli utenti intenti a discutere tra loro all’interno del servizio.
Secondo quanto riportato dalla rivista Wired (che a sua volta cita Reuters come fonte), pare tuttavia che Zuckerberg e soci stiano mettendo a punto un sistema finalizzato ad abbattere l’ultimo muro di pudore su WhatsApp e che, probabilmente già dal prossimo aggiornamento dell’app, la pubblicità inizierà a infastidire anche chat, messaggi e schermate iniziali di benvenuto presenti sull’applicazione mobile.
Stando alla sopracitata Reuters, WhatsApp starebbe infatti collaborando con alcune start up per cercare di includere inserzioni sponsorizzate, il più “targetizzate” possibile, nelle varie sfaccettature dell’applicazione, andando a cercare di stimolare la curiosità dell’utente verso un contenuto che potrebbe essere di suo gradimento, senza tormentarlo troppo con notifiche o falsi messaggi, almeno nelle fasi iniziali del fastidioso progetto.
La cautela con la quale pare procedere Zuckerberg è dovuta al fatto che, a differenza di quanto accaduto per Facebook, le alternative in rete a WhatsApp sono molteplici e tutte di ottima fattura e che un disturbo troppo marcato provocato agli utenti potrebbe spingere numerosi fruitori in direzione dell’odiata Snapchat o di Telegraph, a meno che il ceo di Facebook riesca davvero ad intorpidire le menti dei suoi utenti con spot così mirati da suscitare quella confusione che atterriva gli amanti della Formula 1 al termine di ogni gran premio corso durante gli anni’80.