Da circa 5 mila anni, il genere umano sta cercando di comprendere cosa rappresenti esattamente il concetto di intelligenza e quali caratteristiche cognitive siano destinate a ricadere sotto quella sfera del “legare insieme” (inter-legere) che da sempre definisce il possesso di abilità cerebrali superiori alla media, o comunque di spiccati doti in ambito razionale e funzionale.
Anche se nessuno di noi è in grado (e non sarà mai in grado) di ricondurre l’intelligenza umana ad un preciso numero di variabili o di fare affidamento su quei particolari test del Q.I. che misurano in realtà più il livello di abitudine ad eseguire determinati schemi mentali che non l’intelligenza in sé, siamo comunque tutti in grado di riconoscere una persona intelligente quasi di primo acchito, per via di una serie di atteggiamenti ed inflessioni che tradizionalmente associamo alla sfera di una spiccata e produttiva attività cerebrale.
Tentando un azzardo dal sapore quasi frenologico, i ricercatori facenti capo al Georgia Institute of Technology hanno tentato di ricondurre la sfera delle abilità mentali al possesso di determinate caratteristiche fisiche, individuando nell’estensione della pupilla una sorta di spia in grado di denotare in modo immediato le persone intelligenti, secondo uno schema di tipo proporzionale che prevede maggiori dimensioni delle pupille associate ad un quoziente intellettivo più alto.
Dopo aver vagliato un campione statistico pari a 512 volontari ed aver osservato su base empirica la presenza del suddetto nesso, dato che le persone più “sveglie” possedevano mediamente pupille più grandi, gli scienziati hanno tentato di ricondurre il tutto ad un movente biologico cercando un nesso causale alla base dell’insolito legame.
Da analisi approfondite è risultato che la ragione dell’arcano potrebbe risiedere nell’esistenza di uno stretto legame tra pupille e cervello che si esplica nella presenza di un’area, definita locus coeruleus che funge appunto da tramite tra le due componenti e che si attiverebbe in presenza di un’attività cerebrale più feconda.
Pubblicato su Cognitive Psychology, lo studio, comunque interessante, si pone dunque come l’ennesimo tentativo di ricondurre l’intelligenza umana al possesso di determinate caratteristiche fisiche, anche se nessuno ha mai davvero compreso in cosa consista la suddetta intelligenza e in cosa si esplichi al di là di quella sfera che la rende immediatamente riconoscibile.