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Disidratazione infantile: come prevenirla e quando preoccuparsi davvero

Non appena la temperatura percepita supera la soglia dei 20 gradi centigradi, tutti i genitori di bambini di età inferiore ai 18-20 mesi sono portati a ritenere che il loro piccolo sia prossimo a rimanere completamente disidratato e che l’incapacità di comunicare in modo corretto lo stimolo della sete celi in realtà una lunga agonia, di fronte alla quale ci troviamo ad essere totalmente impotenti, se non altro, quantomeno per la nostra impossibilità di sondare nel dettaglio la presenza di molecole acquifere nel corpo del bimbo.

Pur constatando che la possibilità di compiere uno screening sulle molecole presenti all’interno dell’organismo del piccolo e di bilanciare in modo corretto le reazioni metaboliche che vi predono luogo ci è ovviamente preclusa, esistono comunque numerosi segnali relativi al pericolo di disidratazione del bimbo e molti miti da sfatare in materia di prevenzione, dato che la letteratura in materia abbonda di leggende metropolitane e di poveri bimbi salvati dal prosciugamento più assoluto in modi quantomeno roccamboleschi.

Premesso che la disidratazione vera e propria rappresenta una condizione patologica tanto grave quanto improbabile, a meno che non si decida di esporre il pargolo per ore sotto il sole del deserto del Sahara senza neanche un biberon a portata di mano, esistono comunque lievi fenomeni legati alla perdita di liquidi corporei che possono dare adito ad un ampio spettro sintomatologico piuttosto fastidioso e difficile da ricondurre ad una singola patologia, soprattutto nel corso di una stagione in cui sudorazione eccessiva, zanzare, inappetenza e astenia rappresentano già la costante delle nostre giornate e di quelle dei nostri piccoli.


Prima di somministrare liquidi al bimbo in assenza di reale necessità o di chiedere consigli (magari allegando documentazione fotografica) a persone conosciute su internet che, per quanto esperte, si trovano nella logica impossibilità di eseguire una corretta diagnosi sulle anomalie riscontrate nel bambino e di conoscere lo storico relativo alla sua corretta idratazione dal giorno del parto fino ad oggi, occorre soffermarsi un attimo su cosa si intenda davvero con l’espressione disidratazione infantile e quali siano le cause e le conseguenze del fenomeno.

Cos’è la disidratazione infantile

Spesso confusa per una semplice carenza temporanea di liquidi, la disidratazione infantile in senso assoluto è una condizione patologica alla quale si giunge dopo un lungo percorso di mancanze ed inefficienze ed è rappresentata da un bilancio organico complessivo in cui l’elemento liquido si trova in negativo rispetto al fabbisogno specifico e può avere svariate cause, di natura patologica o semplicemente alimentare.

La prima causa all’origine della disidratazione infantile è rappresentata dalla contrazione di stati patologici, come la gastroenterite acuta, che portano il bimbo a subire frequenti attacchi di vomito o diarrea, in grado di privare il suo organismo del necessario apporto di liquidi, rendendolo così esposto al rischio di subire perdite acquifere potenzialmente fatali.

A livello teorico presente anche in assenza di pregresse patologie, la disidratazione infantile è comunque possibile anche per ragioni di natura alimentare, soprattutto durante i periodi caldi dell’anno, in cui un bimbo di pochi mesi si trova a rifiutare il cibo proposto in forma liquida e non ancora in grado di riequilibrare la carenza strutturale mediante il ricorso ad acqua o ad altre forme di liquidi sostitutivi.

A prescindere dalla sua specifica origine, la disidratazione infantile comporta comunque uno spettro di sintomi piuttosto esteso che comprende febbre, secchezza delle mucose, tachicardia e scarsa urinazione, in assenza dei quali è inopportuno parlare di una condizione di disidratazione vera e propria, ma è comunque consigliato prestare attenzione a quei campanelli d’allarme che possono indurci a ritenere che il piccolo stai assumendo un numero di liquidi inferiore al suo specifico bisogno.

La disidratazione infantile prima dello svezzamento

Vero cruccio di tutti i genitori alle prese con un’entità misteriosa e ricca di incognite (soprattutto in caso si trovino al primo figlio), i pericoli derivanti dal rischio di disidratazione nei neonati portano molti genitori ad interrogarsi sulla necessità di introdurre altri liquidi nel corpo del bimbo oltre al latte (sia esso materno o artificiale), con l’intento di prevenire sul nascere le perdite derivanti da eccessiva minzione o sudorazione.

In barba a quanto si crede e ai maldestri consigli delle bisnonne, è molto difficile tuttavia che un neonato in fase di allattamento possa soffrire di disidratazione, dato che l’acqua rappresenta il 95% del latte materno e dato che il piccolo si torva in una fase della sua vita in cui comprende, a livello istintuale, che il nutrimento rappresenta la sua principale occupazione nella vita e la sua unica ancora di salvezza di fronte ai pericoli del mondo.

Anche se il bimbo si dovesse trovare a ridurre leggermente il numero delle poppate in corrispondenza dei periodi più caldi dell’anno, la cosa non dovrebbe dunque suscitare alcuna preoccupazione o lasciare presagire che il rischio di disidratazione si faccia concreto ed eventuali aggiunte di acqua o di altri liquidi potrebbero rivelarsi, inefficaci, inutili o dannose.

Il tentativo di fare bere acqua ad un bimbo di pochissimi mesi è infatti destinato a concludersi con un clamoroso insuccesso, dato che l’organismo umano tende a rifiutare, durante le prime fasi di vita, tutto ciò che non viene percepito come utile alla sua sopravvivenza e a rigettare dunque quello strano liquido, non appena compreso che non rappresenta ai suoi occhi alcuna forma di nutriente e che la sua suzione comporta uno spreco di energie inutili da riservare al seno materno o al biberon.

In caso comunque il bimbo accetti acqua o altri liquidi, l’operazione non dovrebbe far gridare la successo, dato che lo spazio occupato dal liquido nello stomaco del piccolo andrà a sottrarre quello destinato al latte e che il bimbo tenderà ad alimentarsi meno del previsto per via dell’incauta aggiunta.

Risulta dunque inopportuno tentare di prevenire la disidratazione nei bambini non ancora svezzati mediante l’aggiunta di qualunque liquido che non sia latte (possibilmente materno) e preoccuparsi per una condizione clinica che, in assenza di gastroenterite o altre patologie, non dovrebbe presentarsi praticamente mai.

Dopo lo svezzamento

Con il passaggio dal nutrimento esclusivo a base di solo latte all’introduzione di pappe dotate di consistenza solida, è possibile introdurre acqua e liquidi, solo a patto che il bambino dia segno di gradire l’aggiunta e solo a condizione che sussista una reale necessità, legata non solo alla perdita di liquidi, ma anche alla secchezza delle feci che potrebbe rendere complessa l’evacuazione di fronte ai cambiamenti in atto nell’intestino.

Premesso che, in caso la pratica dell’allattamento resti in auge oltre il sesto mese è molto probabile che non vi sia bisogno di aggiungere acqua alla dieta del piccolo, è comunque possibile fare dei tentativi, andando a proporre al bambino piccole dosi di liquido in corrispondenza dei pasti, ma senza farne al contempo un dramma qualora il piccolo dovesse non gradire o dovesse ritenersi sufficientemente idratato, dopo aver consumato un piattone di pappa in cui la quantità di brodo impiegata risulta perfettamente in grado di far pendere la bilancia dell’idratazione in direzione di valori positivi.

Passato l’ottavo-nono mese d’età, l‘acqua inizierà fare parte dell’alimentazione del bambino in modo stabile e sarà lui stesso a chiedervene o ad indicare il bicchiere in corrispondenza dello stimolo della sete, dal momento che il raggiungimento del primo anno di età porta in dote la capacità di interpretare in modo esaustivo gli stimoli provenienti dal proprio corpo e che una condizione di sete protratta nel tempo risulterò mal tollerata nel bambino.

Anche in questo caso, il rischio che un bimbo appena svezzato possa soffrire di disidratazione perché non vuole bere è piuttosto basso e del tutto assente nei piccoli che vengono ancora allattati al seno, il che comporta la classica deposizione delle ansie relative alla salute del bambino, il cui corpo è perfettamente concepito per trarre linfa vitale dalle pappe e da ogni goccia di nutrimento contenuta nei cibi.

Come prevenire la disidratazione infantile

Una volta appurato che prima dell’ottavo mese di età la strategia di forzare il bimbo a bere acqua non produrrà sensibili miglioramenti nella sua condizione di salute idrica, l’unico modo di prevenire la disidratazione infantile consiste nell’evitare il più possibile l’inutile fuoriuscita di liquidi corporei legata ai climi umidi e caldi e il controllo esaustivo di tutti quei segnali che possono risultare alla stregua di un campanello d’allarme.

Via libera a tutti i rimedi ideati per prevenire sudore e sudamina e per garantire che la normale sudorazione del bimbo, resa copiosa della scarsa maturità delle sue ghiandole sudoripare, non si traduca in una fuoriuscita a getto continuo, soprattutto se la sudorazione si manifesta in modo rapido e concentrato in brevi lassi di tempo.

Riguardo al controllo dello stato di idratazione del bimbo, oltre ai sopracitati sintomi che dovrebbero imporre il consulto pediatrico al loro primo manifestarsi (soprattutto se accompagnati da febbre) la fatidica “prova del pannolino”, rivelerà molto più a di quanto non faccia il suo atteggiamento ambivalente nei confronti dell’acqua o di tisane di varia natura.

Se la maggior parte dei pannolini risultano adeguatamente bagnati, non vi è infatti ragione alcuna per ritenere che il bambino possa incappare un qualunque fenomeno da disidratazione (anche lieve), visto che l’urina viene espulsa solo quanto tutti i liquidi necessari al corretto funzionamento dell’organismo hanno svolto la loro corretta funzione e che, al contrario, una sua carenza potrebbe lasciare presagire che il corpicino si trovi costretto ad impiegare tutti i suoi preziosi liquidi per il mantenimento delle funzioni vitali e che dunque sia giunta l’ora di una nuova poppata o di una merendina piuttosto liquida (magari uno yogurt o un po’ di frutta), a seconda dell’età.

Cosa fare in caso di disidratazione

Se per malaugurata sorte, il bimbo dovesse cadere vittima di una patologia virale debilitante e perdere molti più liquidi del necessario, a causa di lunghe sessioni di vomito o diarrea, occorre abbandonare rapidamente la pratica del fai-da-te e rivolgersi immediatamente al pediatra, dato che, in caso di gravi fenomeni disidratanti, la semplice aggiunta di acqua e latte potrebbe non essere sufficiente.

A secondo del livello di disidratazione raggiunto, calcolabile in base alla percentuale di peso corporeo perduta nel corso di una crisi, esistono infatti differenti strategie d’azione che possono arrestarsi alla soglia dell’acqua nei casi più lievi o comprendere apposite soluzioni reidratanti ideate per favorire l’immediato assorbimento di liquidi nell’organismo.

In caso il pediatra non risulti al momento disponibile e i soccorsi tardino ad arrivare è possibile tamponare l’emergenza (e sottolineiamo il termine tamponare) mediante una bevanda artigianale ricavata con quattro cucchiaini di zucchero, mezzo cucchiaino di sale, mezzo cucchiaino di potassio e mezzo di bicarbonato di sodio disciolto in un litro d’acqua, la cui funzione (ribadiamo!) è solo quella di arrestare una grave emergenza in attesa che gli esperti e i medici competenti stabiliscano il da farsi.

Ricordando dunque che la disidratazione è una seria condizione patologica e che non è così semplice incapparvi (per fortuna), l’invito è quello ad evitare soluzioni che potrebbero rivelarsi controproducenti nel lungo termine e a non provare eccessivi timori di fronte al rialzo delle temperature, dato che se noi genitori non sappiamo spesso come comportarci, l’organismo dei nostri piccoli è invece programmato per mantenersi distante dai pericoli basilari e per far pendere la bilancia idrica sempre in un’unica direzione.

 

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