Inseriti nel novero delle fatalità quasi per antonomasia, gli arresti cardiaci risultano per loro stessa natura imprevedibili e l’unica ancora di salvezza di fronte ad un blocco temporaneo delle funzioni cardiache è rappresentata dalla possibilità che la sciagurata evenienza si manifesti in un contesto di tipo pubblico, in cui l’intervento di passanti, vicini di casa, amici o compagni di classe potrebbe rivelarsi risolutivo e consentire di dare tregua all’organismo in attesa dei soccorsi, sempre ammesso, logicamente, che passanti, vicini di casa, amici o compagni di classe sappiano davvero cosa fare in caso di emergenza.
L’introduzione di corsi finalizzati all’apprendimento di tecniche di corso nelle scuole secondarie di primo e secondo grado prevista dal decreto passato alle cronache come Buona Scuola, ha infatti portato numerose istituzioni a domandarsi quale sia il livello medio di conoscenza e consapevolezza nel nostro Paese circa le possibilità di intervento diretto in caso di attacco cardiaco in classe e, a tal proposito, una recente indagine condotta dall’Italian Resuscitation Council (Irc) e dal sito Skuola.net ha dipinto il consueto scenario allarmante e mostrato la consueta inadeguatezza delle nostre strutture e della nostra formazione specifica di fronte al sopraggiungere di un’emergenza di tipo medico.
L’indagine svolta su un campione pari a circa 9500 studenti di età compresa tra gli 11 e i 25 anni ha infatti mostrato come la grandissima parte dei ragazzi censiti cadrebbe vittima, in caso di ipotetico attacco cardiaco in classe, di sentimenti contrastanti e confusi, destinati a sfociare in reazioni di tipo anomalo e a tradursi in attacchi di panico, in tentativi di rianimazione piuttosto grossolani e inefficaci (comprensivi dei classici schiaffi) o nella rincorsa disperata in direzione di un’ambulanza, senza aver prima cercato di comprendere la gravità e la tipologia del malessere occorso la compagno o alla compagna di classe.
Anche in caso il livello di preparazione teorico risulti adeguato alla situazione, l’indagine ha svelto una sorta di incapacità di fondo di tradurre la teoria in pratica e mostrato come, laddove gli arresti cardiaci hanno avuto realmente luogo, mancavano le nozioni atte a trasformare il bagaglio di competenze in un’azione di soccorso vera e propria, finalizzata ad arginare le nefaste conseguenze derivanti dal blocco delle funzioni vitali del compagno svenuto.
In attesa che la Buona Scuola si incarni a sua volta in un versate squisitamente pratico e dia luogo a tutti quei corsi di pronto soccorso ormai previsti dalla legge, chiunque fosse interessato a chiarire l’argomento potrà aderire ad una delle numerose iniziative previste nell’ambito di Viva!, settimana dedicata alla rianimazione cardiopolmonare che ogni anno porta esperti e volontari a dispensare utili informazioni in materia di pronto intervento e rianimazione in tutti i comuni italiani (o quasi) e in modo completamente gratuito, con il marcato obiettivo di rendere le tragiche fatalità un po’ meno fatali e un po’ più vincolate al contesto dove si manifestano in tutta la loro sciagurata virulenza.