Per quanto tutti noi possiamo convenire agevolmente che ogni vita è sacra e che i test clinici condotti sugli animali rappresentano un doloroso scotto da pagare alla scienza medica, senza la sofferenza di cavie e affini non sarebbe mai stato possibile debellare numerose malattie che affliggevano il genere umano dall’alba dei tempi, né comprendere a fondo le esatte metodologie attraverso le quali un organismo vivente cresce e si sviluppa nel corso degli anni.
In un mondo in cui la ricerca sulle cellule staminali pare progredire giorno dopo giorno, sarà tuttavia presto possibile limitare la sperimentazione animale in sede clinica e avvalersi del suo corrispettivo “artificiale”, reso possibile mediante tecniche di riproduzione assistita che riescono a mimare e generare la vita in tutti i suoi aspetti, seppur con qualche inevitabile dubbio destinato a sorgere sul versante etico.
Un gruppo di ricercatori facenti capo all’Università di Cambridge è infatti riuscito a tradurre in pratica quanto era a lungo rimasto confinato alla sfera delle mere possibilità teoriche, dando vita ad un embrione di topo ottenuto mediante il ricorso a cellule staminali impiantate su un’apposita struttura tridimensionale, senza che i comuni gameti maschili e femminili prendessero parte al processo riproduttivo.
Il test, coordinato dalla dottoressa Magdalena Zernicka-Goetz e pubblicato su Science ha infatti visto i ricercatori inglesi intenti a selezionare un gruppo di cellule staminali, per poi “allevarle in vetro” a svolgere funzioni riproduttive che consentissero la genesi degli organi interni e infine indirizzare il gruppo cellulare venutosi a creare su un struttura 3d in grado di far crescere le staminali in modalità del tutto analoghe a quelle che regolano lo sviluppo di un feto nel grembo materno.
Finalizzato a comprendere a fondo le modalità con cui si sviluppa la vita animale durante le prime fasi dopo il concepimento, lo studio ha inoltre simulato la presenza della placenta per comprendere a fondo il rapporto che legava le strutture uterine all’embrione, riuscendo così a dare vita al primo essere autosufficiente e complesso creato in laboratorio.
A livello potenziale, le applicazioni della nascente tecnologia appaiono infinite e potranno consentire, non solo l’esame più approfondito di alcuni aspetti della vita umana ancora sconosciuti, ma anche il risparmio di quei numerosi animali ed embrioni che rappresentano il doloroso prezzo da pagare per consentire il debellamento di patologie che altrimenti falcidierebbero il genere umano.