La presenza della pubblicità su internet si basa sull’esistenza di un semplice meccanismo in base al quale agli inserzionisti occorrono visite per aumentare il loro giro d’affari (e la loro credibilità) e aimotori di ricerca servono inserzionisti disposti a pagare spazi pubblicitari per finanziare nuovi servizi e nuove funzionalità.
Il punto d’accordo di questa duplice esistenza si trova nello schema definito dal “pagamento in base ai click” che porta ogni inserzionista a spendere solo in base alle effettive visualizzazioni che riceve dall’interno della vetrina digitale alla quale ha deciso di affidarsi, di modo che, ad esempio, se nessun visitatore di YouTube o di Google Search decide di cliccare su un determinato banner, l’inserzionista non avrà nessun beneficio e nessun costo.
I problemi sorgono quando nel rapporto di collaborazione si ineriscono i cosiddetti bot, robot che simulano il comportamento umano andando ad aumentare il numero di visite ad un sito, ma che, non trovandosi ad essere muniti di carne, ossa, volontà e portafoglio non sono potenziali acquirenti e non portano dunque nessun giovamento all’inserzionista.
Proprio in queste ore si sta abbattendo una nuova bufera su Google, accusata di fare pagare ai suoi inserzionisti per finte visualizzazioni che provengono dai bot, arrotondando così la voce di bilancio “pubblicità” senza fornire nessun servizio utile a coloro che spendono cifre più che generose per comparire con la loro pubblicità su YouTube.
L’accusa è stata mossa nei giorni scorsi dal Financial Times sulla scia di un esperimento effettuato da alcuni ricercatori europei che mostrava chiaramente come le visite fasulle provenienti dai bot venissero assimilate da Google ai clik reali effettuati su un dato banner e venissero, per tanto, fatte pagare agli inserzionisti di riferimento, anche in totale assenza di potenziale clientela e di reale visibilità online.
In caso la tesi del Financial Times venisse confermata, la cosa avrebbe un rilievo piuttosto significativo dato che Google distingue perfettamente i bot dagli utenti reali e che, la truffa assumerebbe così i connotati di un’autentica frode protratta con l’intento di minare alla base quel semplice meccanismo che giustifica da solo l’intera esistenza della pubblicità su internet.