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L’alimentazione sana migliora la capacità di lettura dei bambini

Per quanto ogni facoltà e funzionalità presente all’interno del nostro organismo svolga determinati compiti e possa cadere vittima di ben precise patologie circoscritte, serpeggia sempre più in ambito scientifico la convinzione che il nostro corpo sia rappresentato da una sorta di tutt’uno armonico e che la rottura di un determinato equilibrio in sede centrale possa produrre drammatiche conseguenze in ogni periferia o viceversa, ponendo così i fattori legati all’alimentazione e alla qualità dell’aria che respiriamo al centro di un universo patologico dai tratti insospettabili.

Al crescere delle ricerche che attestano, ad esempio, come le polveri sottili dissolte nell’aria possano andare ad interferire con funzioni metaboliche legate la controllo del colesterolo di tipo Ldl, si sta sempre più cercando di tracciare un quadro globale dell’essere umano e di indagare a fondo la natura di determinati stati patologici, con l’intento di scoprire se possano venire considerati alla stregua del prodotto di cause generali, non immediatamente riconducibili ad un trauma o ad una lesione localizzata in corrispondenza dell’organo di riferimento.

In un quadro d’insieme che tende sempre più a cercare una causa universale per differenti problematiche, si sta facendo sempre più strada l’idea che molte delle abilità che sviluppiamo durante l’infanzia possano prescindere dal corretto sviluppo della sfera cognitiva e trovare radici profonde nella metabolizzazione di alcuni cibi, dai quali dipende non solo la prontezza dell’apparato digerente, ma anche la capacità da parte del cervello di elaborare determinate informazioni in modo più o meno rapido.

Se si considera ad esempio l’idea che una dieta ricca di vitamine e acidi grassi monoinsaturi risulta in grado di acuire determinate facoltà intellettive e cognitive, ne consegue che il richiamo ad un’alimentazione sana può porsi come discrimine non solo per l’aspettativa di vita e per la salute del bambino, ma anche per i suoi successi o insuccessi scolastici e relazionali.

In questa direzione si muovono due recentissime ricerche, una finlandese e una svedese, che hanno analizzato a fondo il rapporto che intercorre tra alimentazione e capacità di lettura, cercando di comprendere quali cause di tipo extra-cognitivo possano influenzare le difficoltà incontrate dai bambini sui libri e quale possa essere la dieta ideale per andare a stimolare le aree del cervello che si trovano preposte allo svolgimento del compito in questione.

L’alimentazione influenza la capacità di lettura dei bambini?

Nel corso del primo studio, i ricercatori facenti capo all’Università della Finlandia orientale e all’Università di Jyväskylä hanno preso in esame un campione statistico pari a 161 bambini di età compresa tra i 6 e gli 8 anni e hanno monitorato la loro alimentazione, sulla base di questionari, cercando di mettere in relazione la tipologia di alimenti consumati abitualmente con i progressi fatti riscontrare nel campo della lettura, proprio nel corso di un’età in cui il cervello comincia ad assorbire ed elaborare nozioni relative alla parola scritta.

Dall’esame incrociato, durato per tre anni, i medici finlandesi hanno potuto riscontrare che, laddove le tendenze alimentari tendevano a conformasi sulle raccomandazioni comprese nella Dieta del mar Baltico (una sorta di variante nordica della Dieta Mediterranea, non a caso si parla di cucina “italo-finlandese” per descrivere le numerosi commistioni gastronomiche presenti nel Paese), le capacità di lettura apparivano molto più sviluppate, mentre i bambini che tendevano a rifuggire come la peste verdure e acidi grassi insaturi per ripararsi nei meandri di zuccheri e carni rosse avevano fatto riscontrare un livello complessivo molto più basso rispetto ai loro coetanei.

La ricerca, pubblicata sull’European Journal of Nutrition, si è svolta cercando di prescindere da fattori di altra natura, come la condizione economica della famiglia di appartenenza, che avrebbero potuto influenzare gli esiti del test, dato che una condizione sociale più avvantaggiata corrisponde spesso in un maggior accesso ai libri tra le mura domestiche e in una maggior quantitativo di tempo libero che i genitori possono mettere a disposizione dei loro figli per porre rimedio ad eventuali alcune nel processo di apprendimento.

La seconda ricerca, condotta dall’Università svedese di Goteborg e pubblicata il 14 settembre scorso, ha tentato di muovere un passo più avanti rispetto allo studio finlandese, cercando di capire se un supplemento di acidi grassi polinsaturi di tipo Omega-3 e Omega-6 alla dieta dei bambini potesse migliorare il loro livello di lettura, in presenza fronte di una dieta povera di pesce e di principi nutritivi volti a sviluppare le abilità cognitive con maggior efficienza.

Dopo aver analizzato le abilità di lettura di un campione pari a 154 bambini di età compresa tra i 9 e i 10 anni, gli autori dello studio hanno somministrato integratori a base di omega-3 e Omega-6 secondo il classico schema del doppio-cieco (in cui il bambino non sa cioè se ha ricevuto davvero un integratore o un placebo) a tutti i bimbi coinvolti nel test e provveduto successivamente a svolgere una nuova prova al termine dei tre mesi previsti dall’esperimento.

In seconda battuta, le prestazioni registrate nel corso del primo test avevano subito notevoli stravolgimenti e tutti coloro che avevano effettivamente ricevuto l’integratore potevano vantare un netto implemento delle loro abilità di lettura, a prescindere dal livello aggiunto durante la prima fase del test, di modo che, per dirla con parole semplicissime, i bambini “bravi” a leggere erano diventati ancora più bravi e quelli alle prese con più difficoltà di lettura e comprensione erano nettamente migliorati in soli tre mesi.

Sebbene lo studio abbia volutamente escluso dal novero dei partecipanti i bambini a cui sera stata diagnosticata la Sindrome da disturbo d’attenzione, i ricercatori svedesi stanno ora ipotizzando di concludere la ricerca andando a verificare se i mirabolanti integratori a base di Omega- 3 e Omega-6 possono agire sulle facoltà cognitive a livello ancor più profondo e se la suddetta sindrome non si trovi ad essere anche il prodotto di squilibri di natura alimentare.

Cosa insegnano i due studi

Se il rapporto tra alimentazione e cervello non è sicuramente un’invenzione scandinava delle ultime ore e una pluralità di studi dimostra ampiamente come l’assorbimento di alcuni principi alimentari comporti il miglioramento della sfera percettiva, i due test sono riusciti a quantificare il nesso riferendolo alla sola lettura e a mostrare come determinate lacune che parevano insormontabili sono state agevolmente risolte mediante l’ausilio di semplice integratori.

Riuscire a dimostrare che una carenza alimentare si trova alla radice di determinate problematiche connesse con l’apprendimento, potrebbe infatti fornire un approccio differente e meno invasivo ai problemi scolastici dei bambini e spingere i genitori di tutto il mondo a cimentarsi con una sana e doverosa revisione domestica della dieta, prima di bollare il piccolo come affetto da problematiche neurologiche e costringerlo ad interminabili sedute sull’ormai metaforico lettino dello psicanalista scolastico.

Premesso che, ovviamente, esistono dei casi legati a problematiche di lettura non riconducibili alla sfera della dieta e che non sempre il cervello si trova stretto in modo così univoco all’alimentazione, le ricerche finlandesi e svedesi suggeriscono comunque l’adozione di un regime basato sui sani principi della Dieta Mediterranea e l’introduzione di pesce (soprattutto di tipo “grasso”) nel computo calorico destinato ai bambini.

Per quanto gli integratori abbiano prodotto risultati più che eccellenti nel corso della ricerca di Gotebrog, non vi è infatti dubbio alcuno che un accesso agli Omega-3 e Omega-6 in forma diretta e non mediata da una componente artificiale possa produrre benefici ancor più rilevanti, seppur nel lungo termine, dato che l’assunzione dei suddetti acidi grassi dalla loro fonte primaria risulta meno immediata rispetto a quelle derivante dalla concentrazione del principio attivo in una capsula.

A fianco delle innumerevoli ricerche svolte sui benefici della Dieta Mediterranea (di oggi quella relativa alla sua azione contro il diabete di tipo-2), pare sempre di più che l’adozione di uno stile alimentare sano non rappresenti più solamente la chiave d’accesso verso una vita lunga e priva di serie problematiche a livello cardiaco, ma anche l’elemento in grado di unificare quel misterioso complesso che rappresenta il corpo umano e che porta ogni periferia a godere degli infiniti vantaggi generati a partire dal suo cento focale.

 

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