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Dislessia infantile: quando intervenire?

5 Settembre 2016
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Dislessia infantile: quando intervenire?

Il primo approccio dell’essere umano alla sfera del linguaggio avviene secondo quella particolare modalità, definita come lallazione, che porta i bambini di pochi mesi a percepire, interiorizzare e ripetere in modo ossessivo le prima basilari sillabe della loro lingua di riferimento e a procedere, successivamente, all’impiego delle suddette sillabe in chiave costruttiva, andando ad accostarle e combinarle fino a quando il risultato ottenuto non raggiunge a pieno titolo la sfera della semantica e le parole pronunciate denotano così uno e uno solo oggetto della loro percezione.

Per quanto basato su micro-unità sintattiche ancora più piccole (le lettere), l’approccio alla lettura si sviluppa secondo modalità più o meno analoghe, di modo che il bambino impara a leggere e scrivere termini via via sempre più lunghi e complessi partendo da quella solida base, formata dai termini bisillabici, che rappresenta il bagaglio di partenza con il quale esplorare il magico mondo dei libri, dei fumetti o delle riviste.

dislessia, diagnosi e terapia

Esattamente come un bambino normodotato e non affetto da alcuna condizione patologica di rilievo può incontrare più o meno difficoltà nel passare dalla lallazione al possesso di un linguaggio articolato, può accadere che il cervello dei bimbi fatichi a seguire il corso della parola scritta, andando ad invertire l’ordine delle sillabe presenti in un testo tanto in fase di percezione, quanto al momento di passare alla scrittura.

Noto come dislessia, il disturbo comporta proprio una sorta di inversione delle sillabe che compongono un termine e può alla lunga riverberarsi in modo estremamente negativo sulle capacità di apprendimento del piccolo e sul suo rendimento scolastico, soprattutto se genitori ed insegnanti faticano a riconoscere la sindrome e tendono ad ascrivere gli scarsi esiti del bimbo alla pigrizia o alla mancanza di impegno, innescando così una pericolosa spirale che porta il bambino a non voler più affrontare quanto di fatto risulta per lui inaffrontabile senza gli adeguati strumenti conoscitivi e le dovute correzioni del caso.

Cos’è la Dislessia?

Inserita nell’ampio spettro dei disturbi definiti dall’acronimo DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento), la dislessia è una condizione che comporta la difficoltà (ma non l’assoluta impossibilità) di decodificare coerentemente un testo scritto, con conseguenti problematiche di comprensione relative al senso dello scritto e ulteriori difficoltà percepite nel momento in cui il bambino si trova a dover scrivere di suo pugno quanto gli risulta poco chiaro o agitato da simboli oscuri che si muovono all’interno della pagina bianca.

Identificata per la prima volta dal medico Samuel T.Orthon verso la fine del 1800, la dislessia si trova ad essere il prodotto di molteplici fattori, spesso difficili da definire e manca totalmente di una radice univoca alla quale possa essere ricondotta e sulla quale si possa intervenire in chiave terapeutica.

dislessia e diagnosi

Se il pensiero corrente ritene infatti la dislessia alla stregua di un prodotto originato da un particolare mix di fattori genetici, non risulta possibile stabilire con chiarezza dove la componente psicologica si arresti e dove subentrino fattori legati all’effettiva conformazione del cervello del bimbo, dal momento che (come spesso accade in materia di DSA) la componente legata al percezione della patologia da parte del piccolo paziente ne amplifica il quadro sintomatologico ed innesca una sorta di spirale, in cui la sfiducia nelle proprie capacità gioca spesso un ruolo maggiore rispetto a difficoltà che possono venire considerate come “oggettive”.

Talvolta messa in correlazione con la Sindrome da deficit d’attenzione, la dislessia segue in realtà schemi del tutto differenti e risulta catalogabile come stato patologico in maniera molto più agevole, rispetto alla sua “cugina”, la cui natura e la cui effettiva esistenza risultano ancora misteriose e frutto di acceso dibattito ad ogni altitudine.

A prescindere da quella che può essere la sua effettiva origine, la dislessia porta comunque in dote una serie di peculiarità in grado di differenziarla da problematiche di altra natura, come: la difficoltà nel distinguere segni fonetici apparentemente simili, al difficoltà di orientare correttamente lettere dalla diversa struttura e soprattutto la frequente tenenza confondere ed accavallare intere sillabe all’interno di una parola.

Diagnosi e terapia per la dislessia

Fortunatamente, come accade per numerose altre problematiche di natura psicologica (si pensi all’anoressia, ad esempio), il mondo della ricerca medica ha smesso da tempo di guardare alla dislessia come ad un incidente di percorso o ad un’oscura condizione priva di denotazione e al giorno d’oggi risulta ampiamente possibile condurre una diagnosi piuttosto attendibile in materia già dall’inizio del lungo percorso scolastico.

Onde evitare che la problematica si sedimenti e si cronicizzi, sono stati infatti introdotti appositi test, da effettuarsi in seconda elementare (qualora esistano fondati sospetti circa le abilità del bambino), attraverso i quali risulta possibile scoprire se le difficoltà di lettura del bambino risultino ascrivibili a normali ostacoli dovuti alla novità della pratica oppure ad autentici gap strutturali, con conseguente spettro della dislessia pronto ad essere vagliato ed eliminato.

In caso sopraggiungano fondati sospetti circa le reali abilità di lettura e scrittura dei bambini, risulta in sostanza possibile recarsi presso l’Azienda Sanitaria Locale (Asl) di riferimento e fare richiesta di un consulto specialistico gratuito, comprensivo di test volto a fugare gran parte dei dubbi, sebbene una diagnosi effettiva circa la natura della dislessia non risulti possibile prima del compimento dell’ottavo anno di età; misura stimata come ottimale da pediatri, logopedisti e specialisti per stabilire la piena manifestazione della condizione ed intervenire mediante un semplice percorso di recupero neurolinguistico.

dislessia nei bambini

Prima che si giunga alle estreme istanze e si intervenga sulla patologia, risulta comunque consigliato mettere in atto una sorta di vigilanza domestica relativa alle capacità di lettura e scrittura del bambino, utile a scorgere i primi segnali in un contesto palesemente meno asettico e a cercare una risoluzione del problema all’interno del quadro familiare, qualora le difficoltà siano di entità contenuta e la sfera psicologica giochi un ruolo determinante nella genesi della problematica.

Invitando i nostri figli a leggere ad alta voce quanto appena appreso sui banchi di scuola, cercando di studiare con loro e provando a mettere in atto simpatici escamotage per verificare la correttezza della loro scrittura, risulterà infatti piuttosto semplice comprendere quelle che sono le eventuali carenze nel processo di apprendimento specifico e chiedere conto di cosa stia andando storto, senza la pressione emotiva che un insegnante o un medico posso provocare (seppur in modo ingiustificato) in un bambino.

In caso i vostri iniziali sospetti domestici trovino sponda nelle ansie dell’insegnante e vengano infine confermati a viso aperto dall’apposita opera di diagnosi, non vi è comunque ragione alcuna per perdere la calma, dato che risulta possibile intervenire sulla dislessia in modo mirato e che numerose evidenze cliniche in merito abbiano mostrato in modo univoco come la contrazione della condizione non si accompagni necessariamente ad altre problematiche di tipo neurologico e non funga dunque da spia per deficit cognitivi che esulino dalla sfera della semplice lettura e scrittura.

A fianco del comune percorso logopedistico, volto a porre limite alle lacune e ad un eventuale intervento di uno psicologo, mirato alla ricerca di una  radice di tipo traumatico per la dislessia, occorre infatti non far percepire la problematica come fonte di imbarazzo sociale al piccolo e rassicurarlo a più riprese circa la normalità di un disturbo che colpisce il 3-4% dei bambini italiani e che trova proprio nello scherno dei coetanei o nell’isolamento domestico la ragione per tramutarsi in una vera e propria problematica durante le fasi dello sviluppo.

Il consiglio è dunque quello di incanalare l’eventuale dislessia all’interno di un quadro familiare confortante e privo di “stress da prestazione”, facendo sempre sentire a proprio agio il piccolo e ripassando con lui gli esercizi proposti dal logopedista, di modo da non rendere la prassi alla stregua di un ulteriore onere in aggiunta a quelli scolastici.

Come per qualunque altro imprevisto relativo alla sfera cognitiva e sensoriale del bambino occorre infine agire in modo tempestivo sulle prime anomalie riscontrate e non lasciare che il bambino prosegua in una sorta di lallazione scritta priva di referente, fino al giorno in cui l’errata composizioni di lettere e sillabe potrebbe essersi sedimentata al punto da richiedere una massiccia opera di decostruzione preliminare.

 

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