
Quando impieghiamo la parola “internet” all’interno di una qualunque conversazione, ci riferiamo in realtà solo al lato visibile della Rete, vale a dire a quel complesso sistema di siti e domini che può essere raggiunto attraverso l’utilizzo di un comune browser e di un motore di ricerca e che si trova ad essere regolamentato sulla base di specifiche legislature nazionali o internazionali, con conseguente bando di tutto il materiale considerato osceno, illegale, fuorviante o semplicemente non indicizzabile per ragioni tecniche, come accade per i siti in Flash.
In pochi sanno tuttavia che, una volta grattata la superficie, esiste un livello più profondo di Internet dove si annida tutto ciò che nel web non trova cittadinanza e dove la navigazione viene condotta in modo anonimo e non tracciabile, data la possibilità di fare rimbalzare gli indirizzi Ip da un server all’altro fino a far perdere traccia dell’utente.

Un tempo patria di contrabbandieri, pedofili e venditori di armi, il Deep Web si trova sempre più ad essere un fenomeno alla portata dei comuni cittadini, dato che le ossessioni relative alla privacy e ad eventuali interferenze di organismi governativi spinge un numero sempre crescente di internauti a navigare nel lato oscuro di internet e ad affidarsi a quegli appositi browsers, come Tor, che vengono ormai considerati come paladini della libertà davanti allo strapotere delle istituzioni.
Senza voler spiegare in questa sede cosa fare per accedere al Deep Web (trovate le istruzioni un po’ ovunque), è curioso osservare come un recente sondaggio condotto da Eset ha mostrato come l’internet sommerso risulti essere una realtà conosciuta e apprezzata dal 17% degli Italiani; misura quasi straordinaria a fronte delle poche migliaia di utenti che bazzicavano per il Deep Web fino a poco tempo fa, in cerca di stranezze e materiale trafugato.
Se la quota di coloro che prediligono la privacy ad ogni costo rispetto alla sicurezza online resta comunque ampiamente minoritaria, a fronte di un 80% di intervistati che ritiene necessari maggiori controlli, lo sdoganamento del Deep Web si configura come il definitivo approdo di tutte quelle istanze legate alla privacy che trovano uno specchio, decisamente meno estremo, delle vicende giudiziarie che hanno recentemente coinvolto multinazionali hi-tech e forze di polizia, polarizzando l’attenzione dei cittadini sull’eterna diatriba del nuovo millennio.
Premesso che l’approdo nel Deep Web è vivamente sconsigliato in quanto poco sicuro e che è spesso sufficiente navigare in modalità anonima (ctrl+maiuscolo+n su Chrome) per evitare imbarazzati cronologie o fastidiosi cookies, il progredire di una realtà molto simile ad una far west digitale pare sempre più destinata a mutare il nostro approccio ala Rete e con esso l’orizzonte linguistico della parola “internet” all’interno delle nostre conversazioni, sempre più orientate in direzione di segreti e ossessioni.
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