
Nonostante i progressi fatti dalla robotica in ambito chirurgico nel corso degli ultimi anni, risulta ancora piuttosto difficile, se non impossibile, andare a riparare determinate tipologie di danni riportati dalle capacità sensoriali (fatta eccezione per l’udito), dato che vista, tatto, olfatto e senso del gusto basano il loro funzionamento su una complessa serie di scambi molecolari che coinvolgono numerosi organi e recettori e che terminano il loro processo all’interno di aree cerebrali quasi inaccessibili.
Sul versante della vista, in particolare, la scienza medica si trova alla ricerca di una soluzione in grado di esulare da quella complessa strumentazione, comprensiva di telecamere, elettrodi e sensori, che oggi rappresenta l’unico palliativo in grado di consentire a chi ha perduto la facoltà di riuscire quantomeno ad orientarsi all’interno di un contesto ambientale piuttosto luminoso.
Premesso che i deficit visivi sono imputabili a differenti cause e concause, i ricercatori facenti capo al Centro di Neuroscienze e Tecnologie Sinaptiche (NSYN) di Genova e Centro di Nanoscienze e Tecnologie (CNST) di Milano sono riusciti a trovare un’avveniristica soluzione a quella particolare forma di cecità originata dalla retinite pigmentosa, mediante la realizzazione di una retina artificiale che riesce a simulare le funzionalità connesse con il suo omologo di tipo “fisico”.
Testata su un gruppo di cavie da laboratorio private della vita a causa di una mutazione genetica che favoriva la comparsa della suddetta retinite pigmentosa, la retina artificiale italiana si è infatti dimostrata in grado di sopperire parzialmente al deficit visivo e di aiutare i topolini a riconoscere basilari forme e sagome, senza che nessun altro ausilio esterno venisse impiantato nell’organismo degli animali.
A differenza degli altri prototipi attualmente in fase di test, la particolare retina in questione basa la sua efficacia sulla presenza di un doppio strato polimeri che consente di sfruttare gli input luminosi al meglio e di andare a stimolare i neuroni visivi rimasti intatti, consentendo dunque una visione parziale e l’attivazione di centri cerebrali altrimenti destinati a rimanere sopiti.
Primo embrionale passo verso il recupero della vista, lo studio pubblicato su Nature materials apre dunque le porte ad ulteriori progressi in grado di agire sul ripristino di quelle facoltà sensoriali che restano ancora inaccessibili, anche in un’epoca medica segnata dalla robotica e dal progresso tecnologico.
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