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Niente liquirizia in gravidanza, possibili effetti nefasti sul feto

7 febbraio 2017
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Niente liquirizia in gravidanza, possibili effetti nefasti sul feto

Chiunque si sia trovata a vivere (si spera con serenità) la condizione legata alla proverbiale dolce attesa, si sarà rapidamente accorta di come l’inevitabile aumento ponderale connesso con la gravidanza portasse spesso in dote un aumento dei valori legati alla pressione arteriosa che rendevano necessario il temporaneo abbandono di tutti quei principi alimentari, liquirizia ed eccesso di sale in primis, potenzialmente in grado di spingere i valori oltre la soglia consentita e di richiedere un rapido intervento clinico, utile a preservare la salute del nascituro.

Se dunque la liquirizia non è mai stata guardata di buon occhio dall’universo dei ginecologici e delle ostetriche, un’ulteriore ragione per l’abbandono giunge in queste ore da una ricerca condotta dall’università di Helsniki, secondo la quale un consumo abnorme durante la gravidanza potrebbe addirittura inficiare la salute del feto e vanificare il corretto sviluppo delle facoltà cognitive del bimbo.

Dopo aver analizzato i parametri relativi alla doti intellettive di un campione statistico apri a 378 ragazzi, di età media pari a 13 anni, i ricercatori finlandesi hanno infatti incrociato i dati ottenuti mediante le consuete modalità di analisi con quelli ricavati a partire da un complesso questionario relativo alle abitudini alimentari mantenute dalle loro madri durante i fatidici nove mesi, scoprendo, appunto, che laddove il consumo di liquirizia aveva rappresentato al costante della dolce attesa, si era verificata una serie di danni organici piuttosto simili tra loro e dunque riconducibili ad un’unica radice, rigorosamente nera come quella della liquirizia stessa.

I ragazzi le cui madri avevano consumato un quantitativo di liquirizia medio pari a 500 grammi alla settimana, avevano infatti mostrato minori facoltà cognitive, riportato punteggi nei test per il Q.I. inferiori di circa sette punti rispetto ai loro coetanei e dato segno di possedere uno spettro di disturbi comportamentali ascrivibili all’ambito della sindrome da iperattività e deficit di attenzione (adhd), mentre i suddetti parametri tendevano tutti a migliorare in corrispondenza con la decrescita del consumo di liquirizia e normalizzarsi in corrispondenza della sua totale assenza.

La ragione del particolare nesso risiederebbe nella facoltà di una particolare sostanza contenuta nella liquirizia, la glicirrizina, di interferire a livello intimo con i processi molecolari e genetici presenti nel feto e di inficiarne così il corretto sviluppo a livello cerebrale, con potenziali danni destinati a riverberarsi sull’intelligenza e sulla soglia di attenzione del piccolo.

Lo studio pubblicato sull’American Journal of Epidemiology si pone quindi alla stregua di un’ulteriore movente per l’abbandono temporaneo della liquirizia, alimento già sconsigliata di suo in base a quella sua facoltà di alzare la pressione fino a rendere paradossalmente la dolce attesa un po’ meno dolce e un po’ più travagliata.

 

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