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Asilo nido: quando è meglio portarlo e quale scegliere

12 settembre 2016
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Asilo nido: quando è meglio portarlo e quale scegliere

Nella lontana Finlandia, patria putativa di Babbo Natale, tutte le neo-mamme vengono mantenute dal governo locale (con stipendio pieno) fino al giorno in cui il bimbo si appresta a compiere il terzo anno di età e risulta quindi ampiamente preparato per fare il suo ingresso in società e per poter salutare le mura domestiche, per qualche ora al giorno, senza che la sindrome da abbandono si faccia troppo marcata e senza che i suoi genitori si trovino a vivere momenti d’angoscia, legati all’ipotetica percezione di un pericolo sempre pronto a calarsi sul capo dei loro pargoli.

Dato che nel resto d’Europa pare che risorse analoghe non ve ne siano e che il fervore dei commissari finlandesi (con il celebre Katainen in testa) relativo al rispetto dei conti pubblici risulti anche funzionale al pagamento di una forma di assistenza priva di eguali, accade spesso che le mamme debbano prepararsi con largo anticipo al distacco e che si trovino costrette a scegliere se parcheggiare i loro bimbi presso i nonni, oppure votarsi in direzione dell’asilo nido, spesso senza nemmeno conoscere cosa esattamente comporti l’inserimento di un bimbo di pochi mesi o anni in una sorta di contesto sociale di tipo avanzato.

asilo nido quale e quando

Se la strada che conduce in direzione dei nonni risulta sicuramente molto più economica, può tuttavia accadere che sia percorribile solo per i primissimi mesi di vita del piccolo, dato che tenere testa ad un esserino di un anno mezzo (e oltre), volenteroso di esplorare il mondo e di entrare in contatto con tutto quanto si trovi a ricadere nel suo campo visivo, può spesso rivelarsi impraticabile per persone messe alla prova da un’intera vita trascorsa a lavorare e, molto probabilmente, non più in grado di svolgere la mansione di educatori per otto ore al giorno.

Una volta che ci si approccia alla galassia degli asili nido, per convinzioni personale, per necessità o per non incurvare le spalle dei poveri nonni, si ha tuttavia la percezione di una serie di realtà variegate e molto differenti tra loro, all’interno della quale scegliere la tipologia di istituto più adatta ai propri figli può rivelarsi un’impresa titanica, così come la scelta di una tempistica funzionale ad impedire che il bimbo si senta troppo abbandonato a sé stesso e che pianga a dirotto per giorni e giorni, fino ad imporre una retromarcia nella decisione presa e il conseguente ritiro.

Per quanto la parola nido faccia spesso rima con necessità ed ogni bambino si trovi logicamente ad avere già un suo carattere più o meno accentuato, che renderà più semplice o più difficoltoso il distacco, esiste comunque una serie di linee guida di tipo generale, il cui rispetto potrà fare in modo che il tempo trascorso all’asilo nido non si configuri come una sorta di parcheggio annuale, ma che, al contrario, l’esperienza possa rivelarsi fruttuosa tanto in chiave pedagogica, quanto in termini di effettiva felicità del bimbo, ben lieto di cimentarsi con i suoi primi passi in un mondo popolato da suoi coetanei.

Quando portare il bimbo al nido e come inserirlo

Per quanto, come già sottolineato, siano purtroppo le esigenze lavorative ed economiche dei genitori a dettare le tempistiche relative alle modalità di ingresso del bimbo al nido, è ampiamente appurato che un bimbo di età inferiore ai sei mesi possa subire il distacco in modo più traumatico, dato che la sua percezione del mondo esterno avviene per lo più tramite il filtro rappresentato dal corpo della madre e che la perdita delle sue certezze sensoriali potrebbe dare adito ad un’autentica sindrome da abbandono.

Prima del compimento del sesto mese, il rapporto tra bambino e mamma è talmente stretto da portare l’intero universo sensoriale del bimbo a regolarsi su quello della madre e a fare in modo, ad esempio, che basti il contatto con l’adorato odore materno per lenire un pianto altrimenti inconsolabile o per favorire la naturale opera di addormentamento, fino al punto di poter legittimamente parlare di esogestazione infantile per definire un fenomeno che si pone come la prosecuzione di quanto iniziato nel grembo al momento del concepimento.

asilo nido ed educazione

Sarebbe dunque meglio approcciarsi all’esperienza del nido non appena il legame tra mamma e bimbo si restringe alla mera sfera emotiva (per quanto enorme possa essere) e quando il piccolo possiede abilità sensoriali e cognitive utili a comprendere che il distacco possiede natura solo temporanea e che la mamma (o il papà) tornerà a prenderlo giorno dopo giorno alla stessa ora, senza eccezione o deroga alcuna.

Pur non esistendo una fascia di età ottimale all’ingresso del bimbo al nido, l’avvicinarsi del primo anno e mezzo di vita può dunque a ragion veduta considerarsi come un temo ragionevole, a patto che si rispettino le comuni modalità di inserimento previste dalla maggior parte degli istituti e che l’approccio si faccia sempre più “soft” in parallelo al decrescere dell’età del piccolo.

Generalmente limitato ad una singola settimana, l’inserimento al nido è infatti quel periodo specifico che consente al bambino di accettare la novità per gradi e che permette di fargli comprendere come il nuovo mondo, del quale si troverà a far parte, goda del pieno beneplacet della mamma, anch’essa parte delle attività-ludiche e didattiche per tutto il periodo necessario al distacco.

Affinché l’inserimento vada a buon fine e non dia adito ad una lunga trafila di pianti e tormenti, occorre (oltre a seguire le regole proposte dalle educatrici) tenere ben presente due semplici regoline e cercare, in primo luogo, di vivere la fase senza mostrare la piccolo alcun segno di tormento interiore e, in seconda istanza, fare leva sulla presenza di un apposito oggetto, denominato “di transizione”, che farà da tramite tra la dimensione domestica e quella del nido, ricomponendo una sorta di unità nella vita del bambino fino al giorno in cui egli stesso non vorrà più portare il suo peluche preferito all’asilo, percependo l’inutilità della pratica e la completa distanza tra le due dimensione nelle quali si trova inserito in modo alterno.

La presenza di un orsacchiotto, ad esempio, al quale il bimbo si trova particolarmente legato non è infatti segno di immaturità emotiva o di incapacità di distaccarsi dagli oggetti a tempo debito, ma denota la comune e normalissima volontà da parte dei bambini in età prescolare di percepire la loro esistenza come un flusso unico e di sapere di poter contare su quei “feticci” che possono ampiamente simulare e produrre conforto nei rari momenti in cui il conforto dovesse venire a mancare.

Un semplice parcheggio o una vera e propria scuola di vita?

Dato che la legislazione italiana non prevede quasi mai regole universali in materia di gestione degli asili nido e che l’intero settore (quantomeno in ambito privato) è spesso lasciato al totale abbandono normativo, è buona norma cercare di scegliere l’istituto più adatto ai nostri figli attraverso un’attenta disamina di quelli presenti nelle vicinanze della nostra abitazione, onde evitare di sperperare inutilmente i (molti) soldi previsti dalla retta e di piangere successivamente sul latte versato.

Benché ogni edificio adibito a tenere due o più bambini di età inferiore ai tre anni possa per legge assumere la qualifica di asilo nido (in casi molto ristretti si parla anche di micro-nido o di asili famiglia), la realtà presente sul territorio è estremamente variegata ed accade spesso che alcune strutture si configurino come autentiche scuole preparatorie alla materna, mente altre risultino alla stregua di bivacchi, dove i bambini vengono accuditi in base ai loro bisogni primari, senza che una vera componente didattica ed educativa abbia luogo.

scegliere l'asilo nido

Oltre al classico passaparola tra genitori e alla doverosa volontà di conoscere a fondo educatori ed educatrici, prima di decidere a chi destinare la lauta caparra, occorre dunque sincerarsi che: l’ampiezza dei locali presenti risulti adatta al compimento di attività ludiche e ricreative specificamente orientate sulle necessità dei bimbi; che le educatrici presenti in loco siano davvero tali e sappiano gestire fasi in cui al bambino viene anche insegnato il doveroso rispetto delle regole comuni e che il tempo trascorso al nido risulti essere suddiviso tra basilare apprendimento e divertimento fine a se stesso.

Dato che nessuno spenderebbe soldi per affidare il bimbo ad una struttura di tipo obsoleto che non produce implementi a livello educativo e cognitivo nel bambino e che si limita al mero accudimento, il consiglio rivolto dai maggiori esperti di pedagogia riguarda appunto la capacità di separare le strutture dotate di un’effettiva valenza educativa da quelle in cui i bimbi vengono lasciati per ore su un materassino (magari davanti alla tivù) in attesa del prossimo cambio pannolino o della prossima porzione di pappa.


Esiste in fine una terza via che separa la strada verso casa dei nonni da quella che conduce in direzione dell’asilo nido ed è rappresentata dalla sezione “Primavera” delle scuole materne, fenomeno sempre più in espansione nel nostro Paese, anche se i pareri in merito risultano ancora troppo discordanti per poterne trarre un’effettiva casistica a livello nazionale e per poter effettuar e un bilancio definitivo in materia.

A fianco di numerosi genitori felici di poter lasciare senza troppe apprensioni i loro figli presso istituti piuttosto economici e sicuri, esiste un ampio fronte che ritiene l’esperienza non adatta alle specifiche esigenze dei bambini di due (o poco più) anni d’età, dato che nelle “primavere”, difficilmente il personale è formato appositamente per favorire la crescita dei più piccoli e che la prossimità con bambini troppo grandi quasi mai scaturisce un confronto fertile vantaggio dei piccolissimi.

In conclusione, il doveroso distacco dal bambino al momento della fine del congedo può essere meno traumatico del previsto se si cerca di mediare le esigenze professionali con quelle legate alla crescita del piccolo e se si è in grado di selezionare con estrema attenzione tempistiche e modalità di inserimento del bambino al nido, magari in attesa che il temutissimo commissario europeo Katainen conceda qualche deroga in materia di bilancio e che la possibilità di delegare ad altri la gestione emotiva e cognitiva di nostro figlio si trasformi una libera scelta e non una necessità dovuta alle ristrettezze economiche.

 

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