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Cosa fare se il bambino dice troppe parolacce

13 settembre 2016
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Cosa fare se il bambino dice troppe parolacce

Se forse i costumi post bellici risultavano tropo castigati e troppo inclini ad una doppia morale, divisa tra sfera pubblica e privata, l’avvento di una società che ha sdoganato il turpiloquio mediatico ad ogni ora del giorno e che si nutre di parole, non certo da educanda, sta provocando reazioni di tipo opposto ed insinuando nel grande pubblico l’idea che per essere ascoltati occorre per forza fare riferimento ad una sfera semantica di tipo volgare e che l’abuso di termini sconci debba rappresentare la norma comunicativa più assoluta.

Premesso che la persona in grado di evitare parolacce per 24 ore al giorno non è ancora nata e che, se per caso esistesse, risiederebbe nell’Olimpo dei Santi in virtù ad una pazienza superiore a quella di Giobbe, il problema principale del turpiloquio imperante non sta tanto nel fatto che una brutta parola possa scappare qua e là, ma quanto nella totale assenza di un confine imposto alla comunicazione verbale e della conseguente attribuzione delle parolacce alla sfera della rabbia, della collera o dell’ira.

parolacce nei bambini

In parole povere, trascorrere la giornata a dire ed udire parolacce non solo rappresenta una pessima fonte di apprendimento per i più giovani, ma svuota la parolaccia  stessa del suo significato originario, togliendole la patina di eccezione e rendendola alla stregua di una parola d’uso comune, quando di fatto, non lo è per nulla.

In un contesto generale dai toni sempre più marcatamente osè, risulta per tanto impossibile foderare le orecchie dei bambini durante tutto l’arco del giorno e tenerli al riparo da pessimi modelli educativi, ma risulta al contempo possibile intervenire qualora la tendenza dei bambini al turpiloquio si faccia troppo marcata, portando in dote una notevole fonte di imbarazzo sociale per i piccoli e la consueta pioggia di critiche pronta ad abbattersi sui genitori, per definizione “brutti, sporchi e cattivi” e assolutamente non in grado di educare il lor bambino e di porre loro un freno.

A differenza di quanto accade nell’universo adulto, la parolaccia nei bambini non porta tuttavia in dote una componente di maleducazione in quanto tale, ma è spesso il prodotto di altre esigenze comunicative, sulle quali risulta possibile intervenire andando a svuotare il referente del suo contenuto e della sua valenza sociale attraverso un lungo e complesso percorso di “rieducazione” linguistica, in cui la punizione non può e non deve essere l’unico strumento atto a fronteggiare bambini sboccati come camionisti americani.

Perché i bambini dicono parolacce?

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l’attitudine di un bambino piccolo a dire parolacce non è il prodotto di esigenze immutabili, ma di esigenze linguistiche che cambiano al trascorrere degli anni e che portano in dote differenti tipologie di approccio al turpiloquio, differenti obbiettivi di tipo sociale e differenti conseguenze nella loro ricezione.

Prima che il bambino si avvicini alla fatidica soglia dei tre anni, la parolaccia può infatti a pieno titolo venire annoverata tra gli incidenti di percorso linguistici ed è quasi sempre il frutto della volontà di ripetere quanto udito senza che per altro si conosca il significato del termine, la sua valenza in un determinato contesto o l’effetto che può produrre.

bambini e parolacce: perchè?

Non possedendo la capacità di associare i termini in questione all’universo di rimandi semantici (spesso astratti) ai quali risultano legati, il bimbo di due anni o poco più ripete la parolaccia perché semplicemente sentita e perché il suono o l’inflessione con cui la parola è stata pronunciata ha colpito particolarmente la sua attenzione all’interno di un discorso.

A partire dai tre anni e dall’inserimento in un vero e proprio contesto sociale, il bambino tende  invece a comprende alla perfezione di poter usare le parolacce come piccole armi, per attirare l’attenzione, suscitare ilarità, scandalizzare i presenti o semplicemente per dare sfogo alla sua rabbia in un determinato frangente, pur non riuscendo ancora appieno ad afferrare l’esatto significato del termine dal lui pronunciato.

Pur non comprendendo cioè la sfera di rimandi (per lo più di natura sessuale) delle parolacce, il bimbo comprende alla perfezione che, una volta pronunciata la magica parolina, riuscirà ad ottenere un determinato effetto e scoprirà così il potere della comunicazione verbale, piegandolo al suo volere e tentando di dire più parolacce possibile in caso di necessità, non perché intende davvero dare della meretrice o del pervertito a qualcuno (né tanto meno alludere a pratiche sodomitiche o ad altre espressioni di natura erotica), ma perché al solo pronunciare la parolina gli adulti ridono, inorridiscono, biasimano e si trovano spiazzati o nel panico più totale.

Giunto infine alla soglia delle scuole elementari, il bimbo riesce a combinare il potere della parolaccia in quanto tale con un suo embrionale significato e (cosa ancor più pericolosa) impara a dosare i termini scurrili con il palese intento di offendere e dare fastidio ai genitori o ai suoi coetanei, comprendendo alla perfezione non solo la gamma di reazioni emotive di fronte alla parolacce, ma la natura meramente allusiva a qualcosa di più grande di lui che i termini portano in dote.

Come intervenire per porre freno alle parolacce

Anche qui, le strategie variano logicamente in base alla specifica età del bimbo e alle ragioni che portano i piccoli a dire parolacce con una certa frequenza, dato che risulta palese a chiunque che dissuadere un bambino di due anni dal ripetere un brutto termine si configura come un’impresa profondamente differente da quella orientata verso un bimbo di sei o sette anni; non più (o meno) difficile, ma semplicemente differente, dato che, al subentrare di meccanismi psicologici che innescano il turpiloquio viene a mancare la componente istintuale.

In caso il piccolo scaricatore di porto si trovi dunque a possedere un’età inferiore ai tre anni, le soluzioni da attuare sono piuttosto esigue, dal momento che la parola viene pronunciata senza la più totale cognizione di causa ed occorre solo avere molta pazienza, cercare di non ripetere più per alcun motivo il termine in questione e ostentare (per quanto possibile) indifferenza di fronte alla parolaccia pronunciato dal bimbo, di modo da fargli capire che quanto sta dicendo non è importante, non sortisce effetto alcuno e non corrisponde a nessuna delle necessità ed interazioni emotive che compongono la gamma dei suoi sentimenti.

parolacce, bambini e castighi

Discorso profondamente differente per un bambino di età compresa tra i tre e i sei anni alle prese con le parolacce, dato che qui l’obiettivo principale consiste nello spegnere un incendio emotivo già in atto e nel disinnescare quel legame tra linguaggio e potere del quale il bimbo comincia a manifestare un’embrionale consapevolezza.

Secondo la maggior parte degli esperti e dei pedagoghi a livello mondiale, è importante stabilire un linea comportamentale in grado di spiazzare il bambino e di portarlo a desistere dai suoi intenti senza che ottenga l’effetto sperato mentre pronuncia le parolacce.

Oltre all’ovvia considerazione che ci impone di non ridere davanti al turpiloquio dei bambini, è importante non mostrarci arrabbiati o feriti dal suo comportamento (è esattamente quello che spera di ottenere) e limitare il campo dello sdegno ad un lieve sentimento di offesa, atto a denotare che quanto appena proferito non ci turba più di tanto, ma la tempo stesso non è passato inosservato.

Affinché le parolacce non diano luogo a faide e sfide domestiche, occorre mostrare in prima persona, cioè, come l’uso di termini scurrili provochi reazioni di segno negativo molto blande e non riesca poi a turbarci più di tanto, facendo in modo che il bambino cerchi strade alternative per carpire la nostra attenzione; magari ancor più fastidiose, ma sicuramente più consone alla sua età meno convenienti da un punto di vista sociale.

Quando infine le parolacce vengono pronunciate da un ambino di età pari a sei anni o superiore, la piena consapevolezza della dimensione morale alla quale il piccolo attinge legittima la necessità di un intervento che goda di natura correttiva (più o meno blanda) ed è possibile esprimere il nostro turbamento in maniera marcata, dato che il bimbo sa perfettamente quello che sta facendo e non si imita più ad alludere a qualcosa di vago ed astratto.

Per quanto generalmente sconsigliati, i piccoli castighi possono dunque subentrare in caso il bambino non cessi di dire parolacce, ma solo a patto che la componente legata alla spiegazione e alla ripresa del bambino abbiano miseramente fallito e che non esistano altri modi per lenire le sue tempeste vocali.

Dopo aver dunque spiegato al bimbo perché una determinata parola non va detta e averlo ripreso in caso di proseguimento, è più che legittimo mettere in castigo (ovviamente di tipo non fisico, ma privativo) il bambino se persevera nel suo turpiloquio o, peggio ancora, se ci rivolge parole ingiuriose con l’intento di ferirci apertamente, sempre sulla base del fatto che ora il bambino sa quello che sta dicendo e non si limita ad una semplice constatazione empirica degli effetti del termine.

In conclusione, la possibilità di tenere i bambini lontani dalle parolacce si configura (ahimè) alla stregua di una chimera, ma è più che possibile ridurre la componente in età infantile e fare capire la bambino che le parolacce possono anche scappare in un particolare momento di collera, ma che non diventeranno mai il mezzo comune per farsi ascoltare, quantomeno non in casa vostra.

 

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