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Ictus, scoperto un enzima che ostruisce la carotide

13 gennaio 2017
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Ictus, scoperto un enzima che ostruisce la carotide

Esattamente come può accadere che due soggetti escano a spasso in una gelida giornata di pioggia e che solo uno dei due riporti danni da raffreddamento, la possibilità di cadere vittima di un ictus non dipende semplicemente dai malcostumi in modo matematico, ma coinvolge una serie di fattori individuali di tipo molecolare che possono agevolare la comparsa della patologia in un determinato individuo e impedire, invece, che l’occlusione si presenti in un altro soggetto sottoposto ad identici fattori legati allo stress, al fumo e alla cattiva alimentazione.

Se le cause di tipo ambientale aumentano infatti la probabilità di cadere vittime di una qualunque patologia di tipo cardiovascolare, pare che a favorire la comparsa di un ictus vi sia l’azione svolta da un invisibile enzima, che svolge un ruolo di rilievo nel processo che conduce in direzione dell’occlusione della carotide e che impedisce così il normale afflusso del sangue al cervello.

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I ricercatori dell’Università La Sapienza di Roma hanno infatti scoperto come l’azione operata dall’enzima Nox2 favorisca il lento processo di occlusione del tessuto venoso, dando il la ad un lento restringimento di vene e arterie che può agevolmente sfociare nella genesi di patologie come l’aterosclerosi o come il sopracitato ictus, che altro non è che l’effetto prodotto a partire da una condizione occlusiva piuttosto accentuata che impedisce il normale transito del sangue deputato ad irrorare il cervello.

Analizzando le condizioni di salute di un gruppo di bambini affetti da una particolare patologia cardiovascolare, nota come malattia granulomatosa cronica con deficit completo, i medici romani si sono infatti accorti che la sovrabbondanza dell’enzima Nox2 si accompagnava ad un maggior restringimento di vene e arterie, alla base della patologia infantile, e hanno deciso di passare al vaglio anche le mamme dei bimbi coinvolti nel test, identificando un identico parallelismo che, benché non si fosse ancora tradotto in una condizione patologica conclamata, dava luogo a simili problematiche occlusive.

La scoperta dell’azione prodotta a partire dall’enzima apre dunque le porte ad una ricerca incentrata su terapie molecolari in grado di ridurre l’azione del fattore killer e spiega, in parte, la ragione in base alle quale due soggetti sottoposti ad identiche condizioni ambientali non hanno sempre le stesse probabilità di ammalarsi secondo uno schema matematico.

 

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