
Fatta eccezione per elementi “estremi” e composti chimici tossici, quasi tutte le sostanze presenti in natura possiedono una duplice valenza sull’organismo umano; positiva e benefica in caso di assunzione contenuta entro determinati parametri di sicurezza che variano a seconda del principio attivo, negativa e dannosa in caso di superamento della suddetta soglia, oltre la quale la sostanza diventa difficile da smaltire e provoca effetti collaterali superiori ai benefici intrinsechi.
Oggetto di discussione infinita e interminabile, la marijuana pare rientrare a pieno titolo nella categorizzazione, dato che numerose evidenze cliniche paiono sempre più attestare come un consumo limitato ed effettuato sotto controllo medico riesca ad esercitare sul corpo umano un’azione antidolorifica, senza che la Thc raggiunga concentrazioni tali da comportare la proverbiale distruzioni di neuroni connessa con l’uso di stupefacenti.

Oltre all’azione antidolorifica già ampiamente sperimentata nel corso di numerosi trail clinici, pare inoltre che un consumo contenuto riesca a svolgere un’azione protettiva nei confronti del cervello e a ritardare gli effetti neuorodegenerativi della demenza, preservando le facoltà cognitive di fronte alla distruzione di sinapsi legata all’azione del tempo.
Uno studio condotto dalla University of Bonn sulle cavie ha infatti mostrato come il principio attivo noto come Thc riesca a mantenere giovane il cervello e produrre un surplus di facoltà mnemoniche e cognitive in grado di mantenere la struttura dei neuroni intatta e di permettere al gruppo di topi trattati con marijuana durante il test di ottenere punteggi migliori nell’esecuzione di semplici esperimenti basati sull’utilizzo della memoria e delle facoltà legate al ragionamento.
L’altra faccia della medaglia dello studio pubblicato su Nature medicine è rappresentata dal fatto che, all’aumentare delle dosi, i topi registravano invece ingenti danni neuronali legati alla sfera della memoria, convalidando così quell’assunto universale che prevede la soglia di assunzione in grado di fare la differenza tra una sostanza dagli effetti benefici e una dal potenziale tossico.
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