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Obesità infantile: è davvero colpa dei genitori che lavorano?

28 ottobre 2016
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Obesità infantile: è davvero colpa dei genitori che lavorano?

La sempre più diffusa tendenza agli aumenti ponderali in età pediatrica si è ormai posta alla stregua di una piaga sociale e, come tutte le piaghe che si rispettino (da decubito comprese), porta in dote la ricerca di cause specifiche condotta con cadenza quotidiana alle più disparate latitudini del globo, con l’intento di chiarire ogni aspetto del fenomeno obesità infantile e di ricondurlo, laddove è possibile, nell’ambito di un’opera preventiva.

Dato che a nessuno è mai davvero passato per la mente che l’obesità infantile sia il prodotto di una serie di variabili genetiche, alimentari e ambientali talmente vasta da non poter venire ricondotta ad una singola causa e ad un unico movente, ecco che a finire sul banco degli imputati sono ora le occupazioni professionali dei genitori; “rei” di voler intraprendere una carriera lavorativa che mal si concilia con una sorveglianza continua del bimbo, operata per impedire accumuli di peso e massa grassa.

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A sostenere la tesi è stata, nel corso dei giorni scorsi, l’economista Wencke Gwozdz, della Copenhagen Business School, che ha cercato di mettere in relazione il tempo passato dai genitori tra le mura domestiche con la tendenza dei figli ad ingrassare, scoprendo che fenomeni assimilabili all’obesità risultano più marcati laddove mamma e papà lavorano e non riescono dunque ad esercitare pieno il loro controllo sull’alimentazione dei figli.

Secondo lo studio, l‘occupazione genitoriale (soprattutto femminile) si tradurrebbe nella genesi di pessime abitudini che, oltre a comprendere l’alimentazione in modo diretto, favorirebbero l’assenza di sonno dei bambini, dovuta alla scarsità di regole e orari, con conseguente crescita di tutti quei fattori che possono stimolare per via indiretta gli accumuli adiposi e la produzione di un sistema metabolico pigro e svogliato.

Anche lo scarso entusiasmo dei bambini nei confronti della attività sportive di tipo aerobico troverebbe, secondo i medici danesi, una delle sue motivazioni nell’assenza da casa dei genitori e nella conseguente impossibilità di trasmettere stimoli positivi andando ad esercitare una stimolazione attiva dell’intelletto dei piccoli.

Premesso che la ricerca non tiene ovviamente conto di una serie di variabili legate al “tempo pieno” scolastico e al fatto che i bimbi si troverebbero comunque soggetti ad altro tipo di influenze alimentari durante la giornata, a prescindere dal fatto che la mamma faccia la casalinga o meno, è evidente che la presunta causa riscontrata dallo studio poco collima con lo sviluppo di una società in cui il lavoro di entrambi i genitori si è trasformato spesso in una necessità primaria e che ha dimenticato i tempi bui in cui per le donne era difficile trovare un impiego soddisfacente e i bimbi si trovavano a soffrire della problematica opposta, dato che i sodi spesso latitavano e con essi il cibo.

Piuttosto stilizzato anche a livello emotivo, visto che i casi di madri e padri che “ingozzano” i loro figli per dimostrar affetto non rappresentano certo percentuali esigue, lo studio si pone dunque come frutto di quella cieca volontà di dare un nome ad una causa che possiede in realtà di centinaia di sfaccettature differenti e non correlate tra loro, come accade ogni volta in cui una problematica medica si trasforma in una piaga sociale su larga scala.

 

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