
In un mondo in cui tutti i servizi di tipo hi-tech vengono forniti sostanzialmente gratis e in cui chiunque può cimentarsi con ricerche online, iscriversi ad un social network o scambiare messaggi di testo senza alcuna spesa extra rispetto al costo del dispositivo e della connessione internet, risulta evidente che il ruolo acquisito dalla pubblicità in Rete sia ormai divenuto tanto preponderante da rappresentarne lo stesso motore immobile, dato che Google, Facebook o Twitter avrebbero probabilmente già chiuso senza la presenza di inserzionisti paganti e di acquirenti pronti a remunerare i loro sforzi.
La gioia provata dalle grande aziende per l’esplosione pubblicitaria si è tuttavia dovuta scontrare con una sorta di far west che ha portato alla genesi, sempre più diffusa, di quelli che vengono definiti come “bad ads” e che costituiscono sotto tutti i punti di vista inserzioni ingannevoli o dannose, potenzialmente in grado di danneggiare il computer dell’utente, di mettere a rischio al sua privacy o semplicemente di condurlo in direzione di acquisti fuorvianti.
Se inizialmente le grandi compagnie del web hanno tollerato il fenomeno, l’aumento di competitività e concorrenza ha portato Google e consimili a guardare sempre più come fumo negli occhi gli annunci ingannevoli, dato che pop up troppo invasivi o banners truffaldini inficiano la credibilità del sito e spingono, alla lunga, l’utente a condurre le sue ricerche altrove.
Per questa ragione, dalle parti di Mountain View hanno dichiarato guerra aperta alle cattive inserzioni e Google ha deciso di rimuovere, nel corso del 2016, un quantitativo di bad ads pari 1,7 miliardi di unità, doppiando così il numero raggiunto durante l’anno precedente e mostrando sempre più il pugno di ferro a coloro che sfruttano il motore di ricerca per proporre prestiti di denaro, vendita di sostanze illecite, materiale contraffatto e per penetrare il computer dell’ignaro utente.
In particolare, l’anno appena concluso ha visto Google all’attacco dei cosiddetti payday loans, prestiti di denaro al limite dell’usura, e di quel sistema di notifiche chiamato trick to click che nasconde malware e pubblicità sotto le spoglie di una comune notifica di sistema, invitando l’utente a cliccare per aggiornare una data applicazione o per riparare un presunto danno al pc.
Dato che i tentativi di truffa e raggiri si moltiplicano ormai con cadenza quotidiana, la credibilità e la tenuta del Web passeranno necessariamente dalla capacità di regolamentare quel far west pubblicitario che ha fatto per anni la gioia di un mondo in cui tutto era gratis, ma sono il modo apparente.
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