
Se il concetto di celebrazione è quasi per antonomasia associato ad un sentimento positivo e ad una ricorrenza gioiosa, esistono tuttavia giornate in cui celebrare qualcosa significa attirare l’attenzione del mondo su un determinato problema, con l’intento (magari) di non dover più celebrare occasioni analoghe in futuro.
In corrispondenza con la Giornata Mondiale dedicata all’Aids di oggi, le istituzioni sanitarie di tutto il mondo hanno tratto il consueto bilancio annuale relativo a stato di avanzamento, localizzazione geografica e possibili interventi su una patologia che ha fatto registrare durante il 2013 un preoccupante ritorno di incidenza a livello planetario.
I dati esposti dall’European Center for Diseaes Control and Prevention e dall’Oms narrano infatti la triste storia di un virus che sta conoscendo una nuova fase espansiva nell’Est Europa e che è tornato a colpire le fasce d’età più giovani in Occidente (anche a fronte di campagne di prevenzioni ventennali), facendo registrare un aumento dei casi registrati in Europa di quasi l’80% tra i giovanissimi durante gli ultimi dieci anni e gonfiando stime che apparivano quasi sotto controllo nel 2004.
A livello globale, il 2013 ha visto circa un milione e mezzo di decessi causati del virus Hiv e la contrazione di due milioni di nuove infezioni, il 70% delle quali localizzato in aree geografiche, dove purtroppo il fenomeno dell’Aids pare divenuto endemico a causa di un disinteresse dell’Occidente protratto per anni e di campagne di sensibilizzazione sui metodi contraccettivi non esattamente in linea con quelle che sono le direttive emanate dall’Oms e dalle maggiori istituzioni preposte alla prevenzione del contagio.
Anche a fronte di un quadro generale che si mantiene molto più nero di quanto ci si sarebbe potuto aspettare fino a a pochi anni fa, non mancano tuttavia aspetti positivi nel processo di ricerca e prevenzione, grazie ai quali è oggi possibile giungere ad una diagnosi corretta e tempestiva in oltre il 90% dei casi e grazie ai quali il controllo dell’avanzamento della malattia è divenuto una realtà in tutte quelle nazioni che si possono permettere di far fronte a terapie tanto moderne, quanto ancora poco accessibili da un punto di vista economico.
Proprio il versante relativo ala spesa pubblica pare destinato a giocare il ruolo di pericoloso discrimine tra il successo e il fallimento del piano sanitario complessivo che mira alla soppressione del virus entro l’anno 2030 (definito come “anno zero†dai ricercatori di settore): se le numerose guarigioni complete fatte registrare durante gli scorsi anni lasciano infatti presagire di aver imboccato la strada giusta; la difficoltà d’accesso ai costosissimi farmaci fa sì che il virus, anziché virare verso la propia cancellazione, riesca sempre ad apparire in nuove aree del Pianeta (come l’Est Europa, appunto), all’interno delle quali le difficoltà di approvvigionamento si accompagnano alle carenze informative generali.
Secondo l’Osservatorio Aids, solo il 25% dei soggetti colpiti (soprattutto bambini) riuscirebbe ad accedere alle terapie corrette nei paesi considerati in via di sviluppo e mancherebbero all’appello almeno 2,5 miliardi di dollari utili a munire il Fondo Mondiale per l’Aids di tutti gli strumenti necessari ad espandere il raggio d’azione delle moderne cure.
Se vent’anni fa i problemi connessi con il virus Hiv riguardavano più un versante culturale e medico della patologia, pare dunque che oggi la questione si sia ridotta alla reperibilità dei fondi necessari, senza i quali l’â€anno zero†è destinato a trasformarsi un’utopia e senza i quali continueremo a celebrare per decenni Giornate Mondiali che non vorremmo più celebrare da anni.