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Insegnare ai bambini l’empatia previene il narcisismo

15 settembre 2016
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Insegnare ai bambini l’empatia previene il narcisismo

Per sua stessa natura, l’essere umano è portato a preoccuparsi molto più delle sue piccole (e spesso futili) vicende private rispetto a quanto di tragico accade nel mondo, di modo che, per quanto possiamo e dobbiamo solidarizzare apertamente con le vittime di una catastrofe climatica occorsa nel sud della Malesia o con i rifugiati a seguito di un’alluvione imprevista nel Darfur, non vi è dubbio che un attacco di diarrea occorso a nostro figlio, la tristezza di un nostro caro di fronte alla perdita del lavoro o la fine di una storia d’amore produrranno un effetto molto più negativo sulla qualità della nostra giornata di quanto non abbia fatto ala lettura del giornale e l’apprendimento delle suddette catastrofi.

Per impedire che il naturale ed eliminabile istinto egoistico di autoconservazione trasformi il mondo in un luogo freddo, cinico e amorale, in cui a nessuno frega proverbialmente niente di quello che accade a persone non collocate nella giurisdizione dei nostri sentimenti, gli esseri umani sono stati tuttavia provvisti di una particolare caratteristica, denominata empatia, che ci consente di immedesimarci nei panni degli altri e di provare in prima persona una sorta di tormento ogni volta che veniamo a conoscenza di tragici avvenimenti occorsi a perfetti sconosciuti.

bambini ed emaptia

Pur non trovandosi in grado cioè di condizionare il nostro sistema nervoso a livello intimo (altrimenti cadremmo in depressione o tenteremmo il suicidio ogni volta che sfogliamo un giornale), l’empatia riesce comunque a bilanciare la nostra sfera privata con quella pubblica e a farci sentire parte, chi più e chi meno, di un unico sentimento condiviso e di un unico cordoglio verso i più sfortunati, con conseguente nascita di istinti solidali e volontà di aiutare chi si trova ad aver subito perdite ingenti o addirittura irreparabili.

L’empatia non è tuttavia un istinto radicato fin dalle prima fasi della nostra vita (benché in parte presente), ma il termine di un processo che inizia quando veniamo in contatto in età infantile con le prime sofferenze e quando capiamo che il dolore provato degli altri non è in fondo poi tanto dissimile da quello che abbiamo provato noi.

A differenza di quanto accade, o dovrebbe accadere, nell’universo adulto, l’empatia nei bambini si scontra spesso con un tendenza di tipo opposto che porta i più piccoli a percepire la loro esistenza come il centro stesso del Creato e che si manifesta con un’eccessiva ammirazione verso la propria persona e un generico disinteresse verso i desideri, le inclinazioni o le sofferenze degli altri.

Il fatto che un bambino dia segno di infischiarsene altamente dell’opinione o dei sentimenti altrui, non deve tuttavia venire confuso con una manifestazione di cinismo in quanto tale, ma è semplicemente frutto di un mancato lavoro sulla componente empatica del bimbo e sulla volontà di far apprendere al piccolo quali siano i reali meccanismi che regolano la natura umana.

Numerosi studi hanno infatti attestato come l’empatia possa venire affinata e insegnata attraverso una mirata azione pedagogica e come sia possibile fare leva su una componente, solo apparentemente istintuale, andando a porre il bambino al centro di un universo emotivo in cui risulta in grado di capire quelli che sono i suoi limiti e quelle che sono le inclinazioni degli altri.

Prendendo forse troppo alla lettera la suddetta trasferibilità delle emozioni, in Danimarca hanno avuto l’idea di inserire l’empatia nel novero delle materie di studio e di dedicare un’ora alla settimana all’apprendimento delle emozioni, andando a realizzare un singolare esperimento che risulta già in grado di attirare la curiosità degli istituti di tutto il mondo e di porsi come possibile antesignano di un’ampia gamma di omologhi.

L’esempio danese

A partire dal corrente anno scolastico, appena iniziato, nelle scuole del Regno di Danimarca è stata introdotta una particolare ora di lezione, denominata Klassens Tid e dedicata la mutuo ascolto di esigenze, istanze, problemi e aspirazioni che affliggono e animano i bambini, con l’intento di portare i più piccoli a confrontarsi e a riconoscersi con il medesimo spettro emotivo che denota il corso dell’esistenza dei loro coetanei.

A fianco di una serie di studi condotti a livello globale che attesta come la sempre crescente perdita di empatia si associ a condizioni neurologiche infantili legate allo spettro della depressione, la Danimarca ha infatti deciso che prevenire comportamenti e tendenze di segno isolazionistico e narcisistico nei bambini avrebbe potuto portato portare in dote un carico di felicità e un notevole risparmio in termini di spesa sanitaria, dato che un ragazzo empatico e in grado di comprendere a fondo l’altrui sentire difficilmente cadrà preda di quelle medesime angosce esistenziali che si pongono spesso come anticipatrici di veri e propri attacchi di panico.

bambini, empatia e narcisismo

Radunati in cerchio alla presenza degli insegnanti, i ragazzi danesi non fanno dunque altro che manifestare i loro rancori, le loro preoccupazioni e i loro problemi, mettendo a nudo la loro sfera intima e portando i loro compagni a capire più a fondo le ragioni di determinati comportamenti, poi non tanto dissimili da quelli dei loro vicini di banco, una volta scrostata la patina di manifestazioni esteriori apparentemente incomprensibili.

Come ciliegina su una torta educativa mai così poco metaforica, i partecipanti all’ora di empatia devono preparare a turno un dolce al cioccolato da dividere in fette e distribuire ai compagni per accaparrarsi ulteriore benemerenza e per dar segno di essere riusciti a portare a termine un compito in grado di incontrare gli altrui favori in una sfera sensoriale completamente differente da quella legata dall’ascolto.

Come educare i bambini all’empatia

Presentata dalla stampa mondiale alla stregua di una novità un po’ bizzarra, la Klassens Tid è in realtà il punto di arrivo di studi decennali sul rapporto che lega empatia e bambini e che ha trovato nelle tesi esposte nel libro della psicoterapeuta Iben Sandahl “The Danish Way of Parenting: A Guide To Raising The Happiest Kids in the World” il fulcro di un nuovo approccio e pedagogico alla questione, in grado di fare proseliti ad ogni latitudine.

Secondo le tesi esposte dall’autrice, la Danimarca risulta essere il Paese più felice al mondo proprio in virtù della capacità da parte di genitori e insegnanti di trasmettere fin dalle prime fasi di vita del bambino una sensazione di empatia in grado di fare del piccolo regno il luogo ideale in cui incontrare conforto, sostengo e solidarietà, ogni volta che si trova in difficoltà nel corso della propria esistenza.

bambini ed eampatia

Retorica patriottica a parte, la Sandhal, suggerisce vivamente di andare ad agire sull’empatia dei bambini attraverso l’adozione di una semplice gamma di trucchetti e pratiche che consentono ai bambini di infilarsi nei proverbiali panni altrui (gli antichi Indiani d’America avrebbero detto le scarpe) e di guardare il mondo circostante da una prospettiva che non sia rivolta in modo esclusivo verso l’intero e verso quell’immagine di sé riflessa che spinse Narciso in direzione di un inglorioso epilogo della sua esistenza.

Anche senza invocare l’avvento di un sistema scolastico modellato sull’esempio danese, è sufficiente tentare di fare assumere ai bambini differenti prospettive di fronte ad un problema per aiutarli a crescere, cercando ad esempio di porre loro quesiti relativi alle altrui problematiche, chiedendo loro come si sentirebbero di fronte ad un’eventualità occorsa ad un conoscente ed invitandoli a fornire soluzioni a problemi che solo apparentemente non li coinvolgono in modo diretto in un dato frangente.

Un ulteriore escamotage per aumentare l’empatia nei bambini consiste nel gioco delle “differenze e similitudini” in base al quale risulta opportuno interrogare i bambini circa le cose che, secondo loro, possiedono in comune con i loro coetanei e con loro e le specifiche differenze, di modo da aiutare non solo la comprensione del sé, ma anche quella relativa al fatto che tutti noi, con le dovute differenze, possiamo venire ricondotti alla medesime attitudini caratteriali e comportamentali e che non ci troviamo dunque ad essere tanto esclusivi quanto abbiamo supposto nel corso dei prima anni di vita.

Educando i bambini all’ascolto e all’immedesimazione si potrà dunque dar vita ad una generazione di adolescenti meno narcisisti e più attenti alle esigenze degli altri, i quali, pur trovandosi a maggior disagio con una diarrea imprevista che con un improbabile alluvione nel Darfur, riusciranno comunque a sentirsi parte di qualcosa di più grande di loro e a modellare i loro sentimenti su quella prospettiva più ampia che presiede alla solidarietà.

 

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  • Limp Yao

    per la dialettica: l’ empatia e’ una forma di egoismo. Essere interessati a risolvere i problemi altrui porta necessariamente a pensare di essere trattati poi allo stesso modo. Esempio: se io faccio in modo che gli anziani abbiano una vita serena, questo fara’ si che a mia volta anziano avro’ chi bada a me. Ecco dunque perche’ e’ corretto avere un atteggiamento (concreto) empatico. L’egoismo (puro) porta solo alla chiusura verso gli altri, ma gli altri siamo noi, sono io.
    saluti.
    PS>(bello sto sito, appena scoperto, lo trovo fatto bene ed interessante).

  • Grazie!

  • spci

    Partecipo alla dialettica: l’empatia riguarda esclusivamente la percezione delle emozioni e dei sentimenti: essere capaci di percepire quali emozioni stia provando l’altro e perchè le stia provando. Tutte le emozioni ed i sentimenti, anche quelli piacevoli: chi ha detto che riguarda solo ciò che è spiacevole o tragico?
    Mi congratulo per questa bella iniziativa di parlare di empatia e specialmente per evidenziare che andrebbe coltivata a partire da bambini, e per la citazione dell’iniziativa scolastica danese.
    Purtroppo è una parola un po’ difficile e grandemente equivocata; ma l’empatia non è un bel discorso sui mali del terzo mondo, dei terremotati o degli anziani; è solamente
    un’abilità percettiva, di tipo relazionale; chi la possiede ne trae
    grande beneficio in tutta la sfera delle relazioni. La prima parte di questo articolo, effettivamente, rischia di essere fuorviante in tal senso. Comunque grazie

  • Il temine empatia rimanda ad una lunga tradizione filosofica che trova forse nel pensiero di Hume la sua formulazione più coerente e, in senso omogeneo a tale tradizione, è stato volutamente impiegato nell’articolo. Ha sicuramente ragione quando sottolinea come l’empatia si componga di abilità percettive e riguardi anche la sfera “positiva” dei sentimenti (cosa che probabilmente ho dato per scontata o sottointesa), ma ho voluto porre l’accento sulla dimensione negativa e solidale del concetto proprio per porla in antitesi con quel sentimento di egoismo che rappresenta l’altro termine del binomio. L’obiettivo del paragrafo iniziale non era quello di definire il concetto di empatia o di storicizzarlo, ma di mostrare come un’assenza di una componente empatica e solidale nei bambini si ponesse come terreno di insorgenza per pulsioni egoistiche. Mi spiace di non essere riuscito a spiegarmi a sufficienza, grazie per l’annotazione.

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