Salute e Benessere
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Morbo di Parkinson, è possibile invertire la rotta della malattia?

12 aprile 2017
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Morbo di Parkinson, è possibile invertire la rotta della malattia?

A differenza di numerosi altri agglomerati cellulari presenti nel corpo umano, i neuroni risultano soggetti ad un minor coefficiente di replica e dunque alla loro naturale distruzione si accompagna l’impossibilità di andare a rimpiazzare le cellule scomparse con altrettante “nuove” e di ripristinare le facoltà deteriorate facendo leva sul comune ricambio cellulare che invece contraddistingue altri organi e altre aree del corpo.

Se tutto ciò si trova alla base della perdita cognitiva e mnemonica che caratterizza la senilità, il fenomeno è destinato ad ampliarsi a dismisura in caso di contrazione di una patologia di tipo neurodegnerativo, come il morbo di Parkinson, caratterizzata dalla massiva distruzione di gruppi di neuroni e dall’impossibilità di ripristinare quella facoltà motorie che si trovavano ad essere comandate e regolate proprio dai suddetti neuroni distrutti.

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Limitata fino ad oggi alla sfera della prevenzione e del contenimento del quadro sintomatologico associato, la lotta al morbo di Parkinson potrebbe presto giungere ad una svolta, basandosi proprio su una sostituzione artificiale del patrimonio neurale danneggiato dalla malattia, grazie all’ideazione di terapie sperimentali che mirano ad invertire la rotta e a rendere pienamente curabile la patologia.

Numerosi studi piuttosto recenti mostrano la possibilità di rimpiazzare il patrimonio cellulare distrutto mediante una riprogrammazione dei neuroni superstiti finalizzata ad “addestrare” le cellule a svolgere analoghe funzioni a quelle che presiedono all’area cerebrale legata al movimento delle estremità e di dare dunque vita a nuovi gruppi neurali in grado di supplire alla mancanza delle funzionalità motorie perdute.

Al momento non ancora corredati da sufficienti evidenze cliniche, gli studi in questione mirano cioè a rendere le cellule in grado di produrre dopamina, neurotrasmettitore che presiede al movimento, di modo da supplire a quella carenza endemica, tipica del corpo umano, che prevede l’organismo tristemente non in grado di dar vita a nuovi neuroni qualora la mancanza si fa troppo accentuata o troppo repentina.

 

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