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Perché l’uomo non ha (più) l’osso del pene?

16 dicembre 2016
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Perché l’uomo non ha (più) l’osso del pene?

La nostra struttura anatomica, comprensiva di caratteri sessuali primari e secondari, non è il frutto di una monolitica conservazione di uno status quo acquisito nel corso dei millenni, ma il risultato di un lungo processo che ha portato la Natura a modellare gli esseri umani in base alle specifiche esigenze legate alla riproduzione e dunque alla possibilità che la specie conservasse sé stessa nel modo più efficiente possibile.

In questo contesto si inserisce uno dei misteri che da sempre contraddistinguono l’antropologia evolutiva e che riguardano le ragioni per le quali l’uomo ha perduto nel corso dei millenni l’osso del pene (detto baculum), mentre numerose altre specie continuano a possedere la struttura, alla quale è associata la possibilità di mantenere un’erezione più duratura e dunque una capacità riproduttiva più elevata.

baculummonogamia_emergeilfuturo

Secondo quanto afferma una ricerca condotta dagli studiosi Matilda Brindle e Christopher Opie, facenti capo allo University College di Londra, la perdita dell’osso del pene sarebbe stata originata a partire dall’ideazione di una struttura sociale di tipo monogamico, all’interno della quale i rapporti tra un uomo e numerose donne si trovavano ad essere logicamente sconsigliati e le proverbiali erezioni infinite cessavano così di svolgere la loro funzione, dato che la specie riusciva a conservarsi perfettamente anche senza il bisogno che un esemplare maschio andasse ad ingravidare il maggior numero di femmine possibile.

In sostanza, quando il corso dell’evoluzione porto gli essere umani in direzione della monogamia, per ragioni associate alla possibilità di denotare in modo univoco la provenienza della prole e la loro specifica tutela (dato che un uomo tende a prendersi maggior cura del proprio figlio solo in caso lo riconosca effettivamente come tale), le elevatissime capacità erettili associate al presenza del baculum vennero meno, rendendo superflue sessioni di accoppiamento quasi infinite e limitando la funzionalità del pene a quelle connesse con l’accoppiamento singolo con una compagna sola.

Piuttosto suggestiva, seppur logicamente impossibile da verificare sul campo, la teoria dei due studiosi inglesi pare chiarire l’arcano legato alle doti sessuali maschili e mostrare come la perdita di erezioni stupefacenti fosse il doveroso prezzo da pagare per la certezza della propria prole e per il conseguimento di quella struttura anatomica che pare oggi più che collaudata da millenni di processo evolutivo.

 

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