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Salute e Benessere
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Prosciutto di Parma, polemica per animali feriti e maltrattati

21 Dicembre 2016
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Prosciutto di Parma, polemica per animali feriti e maltrattati

Il fine ultimo di una società che basa la sua ragion d’essere sulla crescita incontrollata è rappresentato dall’ottimizzazione di processi produttivi, di modo da riuscire a generare il maggior numero di merci e alimenti a fronte di una spesa esigua e di riuscire così a sfamare e soddisfare tutti quei miliardi di consumatori che si trovano in perenne attesa di potersi cimentare con nuovi cibi e nuovi prodotti.

A venire sacrificato, in tutto questo, è ovviamente il fattore legato alla qualità, soprattutto in ambito alimentare, dato che per produrre in continuazione latte, carni e quant’altro le logiche di allevamento contemplano spesso l’assoluta mancanza di rispetto per le esigenze dell’animale, costretto a massacranti sessioni di antibiotici, a vivere stipato in uno spazio di pochi metri quadri e ad ingerire schifezze iper-nutrienti con l’intento di aumentare artificialmente la massa muscolare da macellare e rivendere un tot al chilo.

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Se fino ad oggi la proverbiale etichetta “D.O.P,” aveva rappresentato una sorta di ultimo rifugio di fronte a questo scempio infinito, pare che persino il celeberrimo Prosciutto di Parma venga talvolta prodotto secondo logiche industriali che poco collimano con il blasone dell’alimento e con le metodologie produttive che dovrebbero trovarsi alla base di una delle eccellenze italiane in assoluto.

Una recente inchiesta condotta dall’associazione no profit Essere Animali, di chiaro stampo animalista, ha infatti documentato lo stato di abbandono in cui si trovano i poveri maiali deputati a produrre il Prosciutto di Parma, costretti a subire autentiche angherie e perennemente maltrattati, in barba a quella legge di natura che prevede lo stress delle bestie alla stregua di un fattore in grado di rovinare la qualità della carne, oltre che, ovviamente, motivo di disprezzo morale per via della mancanza di cura nei confronti di povere creature innocenti.

L’inchiesta, durata per mesi, ha mostrato come all’interno di un allevamento intensivo (dal nome e dall’ubicazione non specificati) venissero continuamente infrante le basilari regole che definiscono i parametri DOP e come botte, sporcizia e malattia rappresentassero la costante produttiva assoluta e non una semplice eccezione dovuta a problematiche temporanee.

Rapidamente divenuto virale, il video è riuscito a portare le autorità nostrane ad interrogarsi sul quell’assenza di controlli specifici che si traduce spesso in un autentico far west della carni e in una serie di orrori che trovano al loro radice ultima nella volontà di crescita a tutti i costi e nel sacrificio della sacra qualità a fronte della contingente quantità.

 

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