
Per quanto il fruitore medio immagini che il dispositivo appena comprato, sia esso uno smartphone, una telecamera digitale o una televisione di tipo smart, si connetta alla rete in modo quasi magico e privo di passaggi intermedi, ogni apparecchio collegato in Rete invia e riceve dati secondo un complesso sistema che basa la sua esistenza su appositi contenitori ed elaboratori di informazioni (denominati servers) che fungono da anello di scambio tra i singoli dispositivi, la rete internet e la fruizione finale del contenuto online.
Risulta dunque evidente che chiunque desideri produrre danni di una certa entità al funzionamento di un sito, di un social network o della intera rete internet debba mirare il suo attacco proprio incentrandosi sui servers e cercando di fare in modo che possano ricevere una quantità di dati troppo ingente per venire elaborata in tempi brevi, oppure infetta e dunque impossibile da leggere in modo corretto.

Proprio a partire da questo schema, gli Stati Uniti hanno assistito venerdì scorso ad un colossale black out tecnologico (il secondo in pochi mesi) che è stato subito catalogato sotto l’ambiguo acronimo di DDoS (Distributed Denial of Service) ed è consistito proprio in una gigantesca, quanto semplice, operazione di hacking che ha permesso di infettare migliaia di dispositivi e di colpire al cuore una serie di servizi di tipo Dns offerti da Dyn, società di providers che gestisce i servers ai quali si connettono le principali compagnie internet a livello mondiale.
Il risultato della gigantesca infezione DDoS è consistito appunto, come noto, in una serie di malfunzionamenti che hanno investito Twitter, Spotify, PayPal e altri siti di uso comune, costretti a subire a rallentamenti o veri e propri black out in America e in Europa, fino a quando la Dyn è riuscita a tamponare l’emergenza e a porre rimedio alla minaccia hacker.
Non essendo ancora stato rivendicato, l’attacco non possiede ancora un volto e un movente (gli inquirenti ipotizzano la mano russa, se non altro, per via delle poco accorte minacce di Obama nel corso della settimana precedente), ma è comunque riuscito a gettare nel panico un sistema internet globale, reso ancora più vulnerabile dalla continua genesi di dispositivi di tipo smart e dalla possibilità di sfruttare telefoni, tablet, fotocamere e televisioni come cavalli di Troia per penetrare quegli oscuri servers da cui tutto dipende e su cui tutto si aggancia.
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