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Facebook mentì sulle modalità di acquisizione di WhatsApp?

21 Dicembre 2016
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Facebook mentì sulle modalità di acquisizione di WhatsApp?

A furia di proporre condizioni di utilizzo decise in modo unilaterale e di modificare i contratti in essere senza richiedere ovviamente il parere di quel miliardo abbondante di utenti che affolla il suo social network, Zuckerberg era finito, non molto tempo fa, per fare arrabbiare sul serio l’Unione Europea, piuttosto infastidita del fatto che Facebook condividesse informazioni in modo automatico a partire da WhatsApp, violando così le leggi in vigore in materia di monopoli e di libera concorrenza.

Una volta partita l’inchiesta e scoperchiato il proverbiale vaso di Pandora, pare che la Commissione Europea abbia trovato ulteriori elementi scabrosi all’interno del bizzarro rapporto che lega le due applicazioni facenti capo a Zuckerberg, dato che Facebook mentì alla Commissione sulle modalità che avrebbero dovuto regolare la fusione con WhatsApp, sostenendo apertamente che l’intenzione era quella di mantenere le due applicazioni indipendenti l’una dall’altra e di non sfruttare così il blasone del social network per incentivare il download della popolare app di messaggistica istantanea.

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In sostanza, oltre ad aver dato vita ad un mutuo interscambio di dati tra le due app, finalizzato alla genesi di pubblicità sempre più mirata e sempre più invasiva, la Facebook Inc. aveva assicurato che la fusione si sarebbe svolta nel pieno rispetto delle normative vigenti che prevedevano, appunto, la necessità che i due ambiti restassero distinti, al fine di non andare a ledere l’altrui diritto a ritagliarsi quote di mercato all’intero del settore della messaggistica istantanea.

Nel dettaglio, al momento dell’acquisizione societaria targata 2014, Facebook aveva fornito una documentazione attraverso al quale intendeva provare l’impossibilità di connettere le due app da un punto di vista tecnico, fugando così i dubbi della commissione Antirust, spaventata dall’eventualità che l’imminente fusione potesse tradursi in una nuova gestione monopolistica dei mercati, secondo lo schema già sperimentato a più riprese da Google e a più riprese sanzionato.

In attesa che la Commissione fornisca ulteriori elementi per comprendere a fondo la natura dell’illecito e prenda i provvedimenti del caso, si ha l’impressione che le manie di gloria del signor Zuckerberg si siano spinte un po’ troppo in là, fino al punto di riuscire davvero a fare arrabbiare un’Unione Europa già arrabbiata di suo per al gestione dei mercati in ambito hi-tech.

 

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