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Smartphone: privacy a rischio con le applicazioni spia

9 novembre 2015
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Smartphone: privacy a rischio con le applicazioni spia

Se la pretesa di anonimato che aveva contraddistinto una società orientata alla tutela della propria dimensione intima è probabilmente venuta meno il giorno dell’ideazione di Facebook, risulta comunque evidente e doveroso che la rinuncia alla privacy si debba configurare come una scelta consapevolee non come un escamotage condotto ad arte tramite alcune app che vengono istallate sul nostro telefono con tutt’altro intento.

Stando a quanto emerge da una recentissima ricerca condotta dal Mit di Boston e dalle università di Harvard e Carneige-Mellon, pare infatti che abbondino le applicazioni per smartphone che accedono e diffondono i dati personali dell’utente, senza che nessuno le abbia logicamente autorizzate a farsi portavoce dello sdoganamento compiuto ai danni dei contenuti sensibili.

Lo studio ha preso in esame un campione pari a 110 app per iOS e Android ed esaminato nel dettaglio il modo in cui le applicazioni interagivano con gli altri contenuti presenti sullo smartphone una volta installate, scoprendo che un numero spropositato di applicazioni tendeva divulgare dati privati e mostrando così un ennesimo lato oscuro della tecnologia rivolto alla continua violazione della privacy e al mancato rispetto delle volontà dei fruitori dei dispositivi mobili.

Nel dettaglio, il 73% delle applicazioni esaminate disponibili su Google Paly Store è risultato “positivo” al controllo anti-violazione, mentre il rapporto è apparso più modesto e contenuto per iOS, dove solo il 16% delle app censite ha mostrato uno sconfinamento dai suoi naturali limiti e un’intrusione in contenuti che non le appartengono di diritto.

Se Apple pare decisamente più corretta ed attenta di Google nei confronti della possibile diffusione di contenuti privati, la cortesia viene tuttavia meno in caso dei dati di localizzazione, diffusi dalle app presenti su iOS con maggior frequenza rispetto a quelle ideate per Android (47% contro 33%).

In caso vi stiate domandando che fine facciano indirizzi mail, preferenze e gusti dell’utente trafugati dalle app, le maggiori fonti di confluenza sono rappresentate da quei giganteschi siti come Google e Facebook che rielaborano dati e tendenze per tradurli in messaggi pubblicati mirati, andando così a colpire l’utente in modo tanto preciso quanto invasivo.

Lo studio americano ha dunque portato alla luce le infinite carenze presenti sul versante della privacye gli artifici messi in atto dalle grandi aziende per reperire dati sensibili e per distruggere quella pretesa di anonimato, alla cui rinuncia corrisponde e deve corrispondere sempre una scelta consapevole ed effettuata con tutte le premure e le infromazioni del caso.

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