
Nonostante la diffusa tendenza a ritenere il sistema immunitario dei bambini assolutamente inefficace nel far fronte ad ogni tipologia di aggressione batterica e la nostra conseguente tendenza a dare vita ad ambienti domestici sempre più asettici e simili a camere iperbariche in concomitanza con il lieto evento, esiste una lunga serie di studi atta ad attestare come l’organismo dei più piccoli risulti effettivamente più incline contrarre lievi infezioni, ma al contempo più rapido ed efficace nel debellare la minaccia e nel tenerne memoria storica.
Una volta entrato in contatto con un agente patogeno, il bambino tende cioè con più facilità a lasciare permeare le sue difese e a cadere vittima di lievi malesseri, ma l’avvenuto contagio gli consente di mettere in campo una serie di difese, altrimenti destinate a rimanere latenti, che consentono la rapida eliminazione del ceppo batterico e che gli permettono di non cadere vittima di identiche infezioni negli anni a venire, dato che le giovani componenti immunitarie ricordano benissimo cosa e come ha attaccato il corpicino e si attivano non appena la possibilità di una nuova infezione si avvicina a grandi passi.

Per questa ragione, la pediatria moderna ha riconsiderato nel corso degli ultimi anni molto costumi e comportamenti un tempo vietatissimi e dato il via libera, ad esempio, alla serena convivenza sotto lo stesso tetto tra animali domestici e neonati, dato che cani e gatti portano in dote uno spettro batterico funzionale al corretto sviluppo del sistema immunitario del piccolo e che il loro pelo li mette al riparo da vari malanni e allergie stagionali originati proprio a partire da simili componenti batteriche.
Nessuno aveva mai preso in considerazione l’idea, fino ad oggi, che l’odiatissima pratica di succhiarsi il pollice (o peggio ancora, mangiarsi le unghie) potesse produrre sui bambini un effetto del tutto simile e che, dunque, le proliferazioni batteriche presenti in corrispondenza delle dita trovassero un inaspettata funzione positiva sulla crescita del bimbo.
A rompere il secolare tabù, è giunto in queste ore, con tutte le riserve del caso, uno studio condotto dal ricercatore neozelandese Robert Hancox, della Dunedin School for Medicine, University of Otago, secondo il quale, succhiarsi il pollice comporterebbe enormi vantaggi in termini di salute per i bambini, andando a potenziare il loro sistema immunitario con effetti benefici in grado di perdurare per quasi 30 anni.
La ricerca neozelandese, pubblicata sull’ultimo numero della rivista Pediatrics, ha preso in considerazione un ampio campione statistico di bambini nati tra il 1972 e il 1973 (pari a 1037 unità) e associato la loro abitudine di succhiarsi il pollice con la possibile comparsa di patologie di tipo allergico a altri fattori di ipersensibilità individuale, di modo da istituire un possibile parallelo tra il malcostume in atto e le sue implicazioni sulla costituzione del sistema immunitario infantile.
L’autore dello studio ha dunque sottoposto i genitori dei piccoli da una serie di questionari atti a rilevare se i bimbi si succhiassero il pollice o mangiucchiassero le loro unghie lungo distinte fasi della vita, collocate all’età di 5, 7, 9 e 11 anni ed ha successivamente impiegato il canonico test cutaneo, atto rivelare la sensibilità individuale verso fattori allergici di varia natura, per individuare una sorta di coefficiente di familiarità verso i più diffusi allergeni e le più frequenti patologie di tipo allergico.

Dall’analisi incrociata è emerso che laddove la tendenza a succhiarsi il pollice e o mangiarsi le unghie risultava più marcata e persistente, il coefficiente relativo ai fattori allergizzanti decresceva sensibilmente, lasciando ipotizzare (al momento di semplici ipotesi si tratta, ribadiamo) che la pratica di portarsi le dita alla bocca potesse svolgere una funzione positiva sulla costituzione del sistema immunitario infantile.
Inoltre, lo studio neozelandese ha evidenziato come i fattori di sensibilità individuale presenti al test tendessero a decrescere in corrispondenza del 13esimo anno e del 32esimo anno di età, mostrando come l’opera di immunizzazione a microbi e batteri condotta attraverso la suzione del pollice o la masticazione delle unghie comportasse una decrescita dei potenziali pericoli allergizzanti superiore al 10% in caso di pratica congiunta.
Traendo le debite conclusioni, l’equipe di ricerca capitanata dal dottor Rober Hacox ha dunque stabilito che il particolare effetto riscontrato in sede statistica risulta originato a partire dalla capacità dei microrganismi collocati in prossimità delle dita di rafforzare il sistema immunitario infantile e di abbassare i rischi connessi con allergeni e patologie di varia natura.
Come tutte le ricerche che basano il loro verdetto su una serie di risultati raggiunti in sede statistica, senza istituire un nesso di tipo causa-effetto tra i due termini dell’unione, la ricerca pubblicata su Pediatrics porta in dote possibili motivi di riflessione, ma anche evidenti alcune in materia di certezza assoluta.
La mancanza di un rapporto biologico che leghi i particolari microrganismi presenti sul pollice e sotto le unghie ad un rafforzamento del sistema immunitario e l’assenza di una spiegazione specifica in grado di chiarire come esattamente venga il processo all’interno dell’organismo, pongono infatti la ricerca ad un piano inferiore rispetto, ad esempio, alla vasta letteratura incentrata su cani e gatti e fondata da evidenze generate a partire dalla possibilità di selezionare ed isolare ben precise colture batteriche e di trarre conclusioni meno generiche.

A far pendere qualche dubbio sugli esami condotti dal dottor Hacox sopraggiunge inoltre l’inevitabile fattore geografico, dato che la ricerca si è svolta interamente in Nuova Zelanda e che risulta evidente che (anche in presenza del sopracitato nesso) le tipologie batteriche presenti nella zona di riferimento non possiedono valenza universale, dato che i pollici e le unghie dei nostri bambini entrano in contatto con una serie di microrganismi profondamente differente e che non è per tanto detto che la suzione delle dita possa produrre identici benefici ad ogni latitudine del globo terrestre.
Pur restando un valido spunto di riflessione e il movente per ulteriori ricerche in merito, lo studio neozelandese non si trova per tanto a rappresentare una sentenza definitiva in materia e non va dunque letto come un invito a lasciare che i nostri figli succhino dita e mastichino unghie fino alla soglia dell’adolescenza, con la speranza di vederli sempre forti, in salute e protetti dai rischi derivanti dalla presenza di allergeni.
Tralasciando il versante relativo a presunte risposte del sistema immunitario, succhiarsi il pollice resta comunque un vizio da cercare di evitare, per via di nefasti effetti sulla costituzione e sullo sviluppo del cavo orale e sull’incidenza di una sfera psicologica che risulta ampiamente vincolata ad un’azione innaturale e spia di un disagio più profondo.
A differenza del ciuccio (il cui utilizzo resta comunque sconsigliato durante le fasi di allattamento), la suzione del pollice porta in dote una serie di problematiche di tipo odontoiatrico difficilmente risolvibili, se non mediante la successiva adozione di strumenti dentistici volti al ripristino della corretta architettura dentale e alla limitazione dei danni prodotti al palato dalla persistenza di un arto che, per sua stessa natura, appare molto poco flessibile ed ergonomico e dunque poco adatto a venire introdotto all’interno di zone anatomiche dove i tessuti molli si trovano in perenne evoluzione e trasformazione.

Recenti ricerche hanno inoltre mostrato come le infezioni alle dita tendano ad essere più comuni presso tutti i bambini che si succhiano il pollice con facilità e come il fenomeno possa dare adito a veri e propri episodi di meteorismo intestinale, dovuti a continuo transito di aria nel cavo orale, dato che, soprattutto durante le ore notturne, la suzione delle dita comporta una sorta di indebito spiraglio lasciato aperto, attraverso il quale transita una quantità maggiore di aria rispetto a quella richiesta dalla respirazione e dalle comuni funzioni metaboliche.
Come evidenziato a più riprese da una vasta letteratura psicologica in materia, l’atto di succhiarsi il pollice o mangiucchiarsi le unghie al di là dei termini di quella effimera porzione di vita approssimativamente definita come “fase orale” rivela la natura di un disagio più o meno profondo e si pone come elemento consolatorio indebito, laddove altre forme di consolazione tardano a sopraggiungere durante lo sviluppo del piccolo.
La continua ricerca di una dimensione orale, qualora si tenda ad avvertire una fonte di spavento o di disagio, potrebbe infatti rimandare dopo il compimento dei due anni di età alla persistenza di tensioni emotive irrisolte, sulle quali è opportuno intervenire in modo “soft”, mediante la ricerca delle dovute cause tra le mura domestiche, prima che il vizio permanga e che sia il dentista possa avvantaggiarsi della pratica molto più di quanto non lo faccia il sistema immunitario del piccolo.
In assenza di prove certe (e qui, a nostro avviso, latitano del tutto), il consiglio è sempre quello di cercare di scoraggiare la suzione del pollice o il masticamento delle unghie, senza imporre divieti categorici al bimbo o tentare approcci troppo drastici: in caso poi l’entusiasmo verso il rinnovato interesse per microbi, batteri e componenti immunitarie dovesse prendere il sopravvento, sarà sufficiente adottare un cucciolo di cane o di gatto, il cui onere si rivelerà decisamente meno gravoso di quello derivante dalle ben note problematiche odontoiatriche e da tutte le pulsioni irrisolte possibili e immaginabili.
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