
Un po’ caduta nel dimenticatoio, da quando l’Occidente ha trovato altri interessi e altri fronti da scoprire, la guerra che insanguina l’Ucraina ha trovato in Oliver Stone un nuovo motivo per riaprire una questione molto complessa e per cercare di capire le opposte ragioni di un popolo storicamente stretto dalla duplice morsa rappresentata dalla Russia e dell’Europa assiepata al confine polacco.
Giunto a Taormina in qualità di ospite illustre del Film Festival, il regista di Platoon ha infatti potuto presentare il documentario di Igor Lopatonok “Ukraine on fire” (del quale Stone è produttore), potendo raccontare con calma la genesi dell’opera di fronte ad un metaforico esercito di giornalisti interessati alla sua personalissima visione del conflitto e degli equilibri geopolitici che animano un mondo sempre più confusa.

Secondo Oliver Stone, la complessa situazione che ha insanguinato l’Ucraina prende il via dal particolare rapporto che ha legato negli ultimi decenni Mosca alla Crimea e dal fatto che il Cremlino tendesse a considerare la piccola penisola alla stregua del suo “cortile di casa”, anche a seguito della cessione territoriale operata nei confronti dell’Ucraina; il che ha portato le opposte fazioni a scindersi e polarizzarsi sempre più sui rispettivi interessi commerciali e politici.
Il documentario prodotto da Stone cerca comunque di offrire una versione del conflitto diversa da quella considerata “ufficiale” in Occidente e di fare emergere una prospettiva neutrale in cui la posizione di Putin e della Nato trovano egualmente cittadinanza nello sbocco delle tensioni che hanno condotto all’annessione della Crimea, pienamente legittima secondo il regista, dato che è stata voluta da oltre il 90% degli abitanti della piccola zona di confine.
Spaziando da un tema all’altro, Oliver Stone ha voluto inoltre minimizzare le paure relative ad un’eventuale ascesa di Trump alla Casa Bianca, sottolineando come la vittoria dell’uno o dell’altro candidato non dovrebbe ripercuotersi più di tanto su un sistema americano complessivamente indifferente alla presidenza e retto da ben altri interessi.
Sempre critico e fuori dal coro, il punto di vista di Stone è riuscito per un momento a far tornare in auge nel nostro Paese i drammatici fasti di un conflitto dimenticato e rimpiazzato nelle cronache giornalistiche da altre guerre e altri pericoli, più prossimi a noi e più funzionali alla nostra coesione interna.
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