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Salute e Benessere
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Chiede di abortire e viene respinta da 23 ospedali diversi

2 Marzo 2017
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Chiede di abortire e viene respinta da 23 ospedali diversi

Mentre in Italia si invocano da anni leggi in grado di consentire, nel bene o nel male, maggiori tutele ai cittadini e un ambito di applicazione più ampio per la sfera dei diritti civili, sorge spesso il dubbio che il vero problema non siano le leggi in sé, ma la mancanza di un tramite tra il potere esecutivo e la società civile che consenta la piena applicazione delle norme già esistenti, buone o cattive che siano.

Mentre il mondo si domanda perché, ad esempio, nessuno si premuri di fare applicare le leggi già esistenti in materia di cyberbullismo e incitamenti all’odio online, può accadere che il diritto all’aborto, promulgato per via parlamentare e ratificato da un referendum popolare abrogativo, rimanga spesso confinato nella sfera delle mere intenzioni, per via di quel diritto all’obiezione di coscienza che spesso cozza con il diritto delle facenti richiesta ad accedere ad un servizio tutelato dalle leggi dello Stato.

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Premesso che a nessuno al mondo piace abortire, né tantomeno far abortire, e che il ricorso alla pratica è stato ideato dai legislatori come extrema ratio e non come modalità contraccettiva a posteriori, non si capisce come risulti possibile che una signora 41enne di Padova sia costretta ad un autentico tour sanitario per gli ospedali per vedere applicato quello che è un suo diritto a tutti gli effetti, a prescindere da come la si possa pensare in materia.

L’ennesimo episodio di malasanità in salsa italiana ha avuto infatti per protagonista la signora padovana, già madre di due bambini, desiderosa di non portare a termine una terza gravidanza che aveva i connotati dell’evento accidentale e costretta a scontrarsi contro un muro di obiezione che si pone ben oltre i confini della coscienza e della singola eccezione motivata da istanze di tipo etico.

Dopo aver richiesto il servizio in ben 23 ospedali differenti, dislocati tra Veneto Trentino Alto-Adige, ed essere stata respinta senza mezze misure, la donna si è rivolta ai sindacati, ricevendo l’aiuto necessario a portare a termine la pratica abortiva prima che il termine legale dei 90 giorni scadesse e che quindi il suo diritto ad abortire venisse revocato per legge.

Come osservato dalla stessa protagonista dell’odissea ospedaliera, la vicenda dovrebbe imporre una riflessione relativa all’opportunità di promulgare leggi senza che esita nel tessuto sociale un tramite in grado di trasferire le norme dalla carta stampata alla piena realizzazione e su quanto il vero problema dell’Italia non sia forse l’assenza di leggi, ma il proverbiale inganno che ne inficia la validità.

 

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