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Salute e Benessere
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Luci stroboscopiche contro l’Alzheimer

14 Dicembre 2016
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Luci stroboscopiche contro l’Alzheimer

A prescindere dl ruolo giocato da fattori ambientali e predisposizione genetica, la genesi del morbo d’Alzheimer risulta ascrivibile, da un punto di vista strettamente meccanico, alla formazione di particolari detriti, detti placche amiloidi, in corrispondenza delle zone del cervello preposte alle facoltà mnemoniche e cognitive e al conseguente blocco delle aree interessate, dovuto propri all’azione ostruttiva e alle alterazioni sinaptiche prodotte dalle suddette placche, incastonate nel cervello senza possibilità di rimozione alcuna.

Se fino ad ora i maggiori sforzi della ricerca medica sono stati incentrati sul tentativo di comprendere perché si formano le placche amiloidi e su come impedirne gli accumuli, da una ricerca condotta dal Mit di Boston in collaborazione con il Georgia Institue of Thechonllogy ha mostrato la possibilità di intervenire sugli accumuli amiloidi, andando a scioglierli senza il ricorso a terapie farmacologiche che potrebbero rivelarsi invasive e produrre danni maggiori al cervello di quelli originati a partire dalla stessa patologia che si intendeva debellare.

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Un lungo test condotto sulle cavie da laboratorio ha infatti mostrato come un particolare bombardamento luminoso, effettuato mediante il ricorso a luci stroboscopiche, riuscisse a produrre una sorta di regressione nel morbo di Alzheimer dovuta proprio al fatto che l’esposizione alle fonti luminose riusciva ad interferire con le onde gamma prodotte dai neuroni e a mettere in campo una sorta di difesa in grado di salvaguardare l’emisfero interessato di fronte all’azione delle placche amiloidi.

Andando ad esporre i topi malati di Alzheimer a particolari fonti luminose, dotate di frequenza pari a 40 flash al secondo, le cavie facevano registrare cioè un miglioramento complessivo della sintomatologia già nelle 24 successive al trattamento e una riduzione di quelle componenti proteiche che si pongo alla base delle placche amiloidi, con conseguente regressione della patologia neurodegenerativa.

 

In caso la ricerca pubblicata su Nature trovi un corrispettivo in ambito umano, risulterà dunque possibile intervenire sul morbo di Alzhermer al fine di contenerne la progressione, in attesa che la ricerca di settore chiarisca quali siano gli esatti fattori ambientali e genetici che portano alla formazione di quei pericolosi intrusi nel nostro cervello.

 

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