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Salute e Benessere
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Morte Bovolenta: medici assolti, il fatto non sussiste

15 Aprile 2015
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Morte Bovolenta: medici assolti, il fatto non sussiste

Il confine tra tragica fatalità ed errore umano è spesso talmente sottile che la magistratura è stata inventata (almeno in linea teorica) per stabilire dove, come e quando un incidente fatale poteva essere evitato mediante l’adozione di tutte le precauzioni necessarie ad impedire il manifestarsi della peggiore delle ipotesi.

Secondo il giudice monocratico del tribunale di Forlì, Giorgio di Giorgio, il caso relativo al decesso occorso su un campo da gioco a Vigor Bovolenta, gloria del volley e dello sport italiano, è completamente privo di responsabilità mediche e nulla al mondo avrebbe potuto impedire o l’insorgenza o porre rimedio a quel tragico arresto cardiaco avvenuto nel marzo 2012.

A finire sotto accusa, a seguito della fatalità occorsa durante un match di serie A2 a Matera, erano stati i due medici (Matteo Scarpa e Maurizio Mabmbelli) che avevano rilasciato l’attestato di piena idoneità alla pratica sportiva a Bovolenta, finendo così imputati con l’accusa di omicidio colposo provocato a partire da controlli non idonei ed inefficaci.

Al termine di una lunga vicenda giudiziaria, il giudice di Forlì ha decretato che il fatto non sussiste, confermando la piena assoluzione chiesta dal Pm, ma adducendo la non esistenza del fatto a motivazione principale, anziché l’insufficienza di prove chiesta dal legale Filippo Santangelo.

La sentenza si trova pienamente in coerenza con quanto disposto dall’autopsia e con l’individuazione di una trombosi acuta con fibrillazione della coronopatia destra per grave aterosclerosi quale causa unica dell’incidente, ascrivendo così l’arresto cardiaco all’ambito delle cause mediche impossibili da prevedere e spingendo la famiglia dell’atleta a rinunciare alla costituzione di parte civile in sede giudiziaria.

Se una possibile condanna dei due medici non era mai parsa realmente all’ordine del giorno, data le circostanze cliniche dell’accaduto, a lasciare l’amaro in bocca è come sempre l’impossibilità di disporre di controlli adeguati a sancire ulteriori discrimini tra atleti potenzialmente idonei e soggetti dotati di intrinseca fragilità corporea; discrimine talmente sottile che persino il magistrato più accorto del mondo farebbe fatica ad individuare genesi e moventi delle fatalità che tolgono al mondo dello sport numerosi protagonisti ogni anno.

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