Salute e Benessere
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Sulami, la donna “rigida” che sembra morta

23 gennaio 2017
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Sulami, la donna “rigida” che sembra morta

La crescente attenzione al versante legato alla salute e la globalizzazione dei mezzi di comunicazione a livello mondiale ha portato alla luce l’esistenza di bizzarre patologie, spesso dislocate ai più remoti angoli della Terra, e portato il grande pubblico “occidentale” a conoscere realtà mediche del tutto insospettabili per via di una sorta di segregazione sociale che ne ritardava la ricerca di una causa e di una cura specifica.

Nel novero delle infinite patologie mostrate dai media e dal Web nel corso degli ultimi anni, un posto privilegiato spetta tuttavia alla particolare sindrome che colpito Sulami, giovane indonesiana privata completamente della normale elasticità che contraddistingue muscoli e giunture nel corpo umano e costretta ad uno stato di rigidità perenne che ricorda tragicamente una sorta di condizione post-mortem sperimentata durante il corso della vita.

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Denominata spondilite anchilosante, la particolare malattia che ha colpito Sulami viene definita in Indonesia “spina di bambù” e porta gradualmente le giunture e le articolazioni del corpo a fondersi tra di loro, con il risultato consistente in una sorta di blocco unico corporeo che impedisce qualsiasi tipologia di movimento a livello vertebrale, condannando le vittime, nei casi più gravi, all’immobilità e alla rigidità più assolute.

Malattia dal carattere autoimmune, la spondilite anchilosante è una grave patologia di tipo reumatico che porta le difese immunitarie presenti nell’organismo ad accanirsi erroneamente contro le componenti strutturale del corpo, fino a provocare un iniziale stato di infiammazione acuta alla schiena e la conseguente fusione degli elementi che compongo le strutture elastiche a livello organico, senza che nessuna cura possa intervenire, come accade nel caso di tutte le malattie autoimmuni, la cui difficoltà terapeutica è prodotta dall’impossibilità di riprogrammare in toto il sistema immunitario e di porre fine al tragico errore all’origine del dolore.

Se la maggior parte dei soggetti afflitti dalla malattia riesce comunque a convivere con la spondilite anchilosante, esistono tuttavia casi limite, come appunto quello di Sulami, in cui la progressione della sindrome è tanto rapida e virulenta da togliere ogni forma di indipendenza ai pazienti e a costringerli a letto per il resto dei loro giorni.

Con la speranza che il caso di Sulami posa dare nuova linfa alla ricerca medica e produrre quantomeno una cura integrativa in grado di agire sul dolore e di ritardare il processo degenerativo di tipo autoimmune, l’augurio è quello che il triste racconto non si limiti ad entrare in una sorta di galleria di orrori patologici, come spesso accade da quando globalizzazione e rinnovato interesse verso al medicina hanno portato alla luce l’esistenza di tremende malattie un tempo ignote in questa porzione di Mondo.

 

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