
In base alle più antica delle tradizioni mediche, l’influenza di tipo virale appare come un fenomeno esclusivamente legato alle stagioni fredde, dato che si ritiene che i microrganismi in grado di provocare la patologia non sopravvivano in climi caldi e che tutti gli altri disturbi che ci troviamo a contrarre nel corso dell’estate debbano dunque risultare ascrivibili a cause di altra natura, squisitamente non virali.
Andando ad analizzare la fauna batterica e virale presente in un bambino di 3 anni, ricoverato presso una struttura ospedaliera di Parma a causa della persistenza di un quadro sintomatologico sospetto, comprensivo di febbre alta e complicazioni a livello bronchiale, i ricercatori facenti capo alla Struttura Semplice di Diagnosi Virologica Molecolare ed Epidemiologica di Parma hanno riscontrato, in modo del tutto anomalo, la presenza del virus portatore dell’influenza A sottotipo H3; scoperta che ha messo così in crisi l’antichissimo sistema teorico.

Il rinvenimento relativo all’influenza di tipo A è infatti avvenuto nel corso della giornata del 7 settembre scorso, quando il sole splendeva felice nel cielo e le condizioni climatiche suggerivano apertamente che il ceppo virale si trovasse ancora in una sorta di letargo ed inattività e che non potesse dunque manifestarsi prima dell’avvento dell’Inverno, come tradizione impone.
L’inedita prova epidemiologica reperita nell’organismo del bambino di 3 anni, originario del Marocco e giunto in Italia dalla Libia alla fine dello scorso agosto, mostra dunque come alcuni ceppi virali siano riusciti a modificare le loro caratteristiche vitali e ad adattarsi a climi per loro impossibili da sostenere, spostando potenzialmente il concetto di influenza in direzione di quella stagione in cui, per tradizione, colpi di tosse e starnuti risultavano ascrivibili a cause di altra origine e di altra natura.
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