
Fino al primo Dopoguerra era più o meno chiaro a tutti cosa fosse arte e cosa no e quali fossero icanoni estetici considerati come requisiti per l’effettiva produzione artistica, riservata, quasi per definizione, ad un’elite munita di abilità e capacità fuori dal comune.
A complicare le cose ci si sono messi i dadaisti prima e Andy Warhol poi, volenterosi di sdoganare il concetto di arte presso la produzione industriale e di mostrare come anche oggetti di uso comunepossono essere considerati creazioni artistiche, siano essi orinatoi, manifesti pubblicitari o persinocomputers.
Già, perché a 30 anni dalla nascita dello storico marchio Amiga, che appassionò un’intera generazione di videogiocatori con i suoi 512 k, espandibili ad un mega byte mediante l’adozione di una scheda di memoria dalle dimensioni enormi, è ancora forte l’eco del ritratto realizzato da Andy Warhol dell’attrice Debbie Harry, eseguito proprio mediante al ricorso a quel computer che avrebbe conosciuto così al sua fama planetaria grazie all’insolito testimonial, intento a cimentarsi con un’idea di futuro oggi divorata dai progressi dell’industria di settore.
Lanciato ufficialmente il 23 Luglio del 1985, Amiga 100 fu il prodotto di un lungo processo che vide la compagnia americana Hi-Toro cimentarsi con la volontà di creare un’avveniristica console per videogiochi, in seguito ampliata di un sistema operativo (Amiga OS) che resero il dispositivo alla stregua del punto di incontro tra un vero e proprio Personal Computer e uno strumento ludico, consentendo agli utenti una giocabilità e una vastità di titoli dedicati che non andavano ad intaccare la natura strettamente informatica del piccolo computer.
Acquistata e commercializzata da Commodore, Amiga divenne ben presto una delle piattaforme in grado di segnare l’intera decade successiva e di trovare immense fortune, destinate al declino quando un’ulteriore intuizione, legata all’idea di creare una consolle per videogiochi basata sull’utilizzo dei cd, venne partorita con troppa lungimiranza rispetto alle reali tendenze del mercato, portando così alla fine del progetto Amiga Cd e dell’intero marchio, soppiantato di lì a poco da Playstation e consimili.
A distanza di 30 anni tondi quella fatidica svolta nel mondo dell’informatica domestica, resta solo un po’ di nostalgia per universo segnato da floppy disc e programmi che per caricarsi richiedevano tempistiche paragonabili a quelle che si impiegano per cuocere due etti di maccheroni; oltre alla volontà di conservare quelle che sono le reali bai della nostro società hi-tech, magari all’interno di un apposito museo dedicato, dove il confine tra arte e consumo domestico può assumere tinte ancor più labili di quelle fissate dai dadaisti e da Andy Warhol.
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