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Greenpeace: la plastica in mare finisce sulle nostre tavole

31 Agosto 2016
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Greenpeace: la plastica in mare finisce sulle nostre tavole

Tradizionalmente considerate creature nutrienti, appetitose e ricche di principi alimentari funzionali al benessere e alla salvaguardia dell’organismo umano, i pesci potrebbero presto invertire la rotta della proverbiale catena alimentare e trasformarsi loro malgrado in una sorta di paradosso vivente relativo a quanto l’umana incuria, presto o tardi, è destinata a ripresentarsi in nuove forme.

Stando a quanto sostiene la nota associazione ecologista Greenpeace, esiste infatti un vero e proprio allarme sanitario legato alla plastica che trae origine dal sempre più cospicuo inquinamento presente nelle acque dei nostri mari e che si conclude miseramente sulle nostre tavole, luogo in cui i composti sintetici ritornano sotto mentite spoglie, dopo essersi serviti dei pesci come tramite.

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L’enorme quantità di composti plastici quotidianamente riversata in mare attraverso le acque di scolo o in modo diretto verrebbe infatti lentamente erosa e scomposta dai raggi Uv del sole e dall’azione delle acque stesse, fino a trasformarsi in minute particelle insolubili, definite come microplastiche, e a trovarsi ad essere ingerite dai pesci, dai crostacei e dai molluschi, il cui apparato digerente non consentirebbe la piena eliminazione del residuo tossico, pronto dunque a venire assimilato dal nostro organismo ogniqualvolta ci appestiamo a portare in tavola un prelibato piatto di mare.

In sostanza, se si è sempre ritenuto che la plastica in mare rappresentasse un pericolo per la sopravvivenza degli ecosistemi acquatici di tipo indiretto, in virtù del suo carico di problemi legato al degrado e all’ingombro, il rapporto di Greeenpeace denominato ”La plastica nel piatto, dal pesce ai frutti di mare” svela come l’esistenza di particolari composti industriali ad utilizzo domestico (cosmetici e prodotti adibiti all’igiene in primis) vada a generare una sorta di inquinamento diretto, in cui i poveri pesci fungono da inconsapevole tramite per il ritorno di molecole chimiche estremamente nocive, come il celeberrimo bisfenolo-a, all’interno delle nostre vite.

La tendenza ad utilizzare mari e oceani come discariche a cielo aperto sta quindi provocando una duplice catastrofe di tipo ambientale e sanitario e spingendo l’umanità in direzione di un solenne ripensamento della catena alimentare, ormai trasformata in una sorta di gigantesca metabolizzazione di prodotti di scarto, usciti dalla finestra per rientrare dalla nostra porta principale.

 

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