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Il riscaldamento globale si arresterebbe rinunciando ai combustibili fossili

12 gennaio 2015
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Il riscaldamento globale si arresterebbe rinunciando ai combustibili fossili

Qualche tempo fa si era soliti parlare della scomparsa delle “mezze stagioni” per alludere ad una mancanza di sobrietà e di proporzioni che caratterizzava la vita quotidiana, senza tuttavia immaginare l’uscita del detto dal mondo delle metafore per concretizzarsi in afosi mesi d’Ottobre (l’ultimo è stato il più caldo di sempre) e in mesi primaverili segnati da temperature prossime al surgelamento.

Gli effetti del fenomeno definito come “riscaldamento globale” non si limitano tuttavia alla banale percezione empirica di temperature non esattamente in linea con le nostre aspettative stagionali, ma nel lento e inesorabile mutamento del volto dell’intera superficie terrestre, con potenziali danni all’eco-sistema planetario dalla portata pressoché irreversibile.In ottica di limitare l’emissione di Co2 in un modo molto più consisntente di quanto avviene in base ai piccoli aggiustamenti individuali messi in atto durante gli ultimi anni, una recente ricerca condotta dallo University College di Londra ha mostrato i potenziali vantaggi per l’ambiente che deriverebbero dall’arrestare la continua rincorsa all’estrazione di fonti fossili combustibili.

I ricercatori inglesi hanno infatti elaborato un prospetto in grado di mostrare qualità e quantità dei danni prodotti in termini di riscaldamento globale dalla continua estrazione di petrolio e carbone, mostrando come due delle attività preferite dal genere umano rappresentino una minaccia per l’atmosfera tanto estesa quanto nefasta.

Se, per assurdo, decidessimo infatti di non estrarre una quantità di potenziali combustibili stimata in circa un terzo delle riserve di petrolio, metà di quelle di gas e l’80% di quelle di carbone da qui al 2050, eviteremmo di rilasciare nell’atmosfera circa 1100 miliardi di tonnellate di CO2, il che si traduce logicamente in un inquantificabile vantaggio in termini di controllo del clima e di salvaguardia dei vari eco-sistemi.

Lo studio inglese ha poi passato al vaglio la collocazione geografica di ogni possibile “rinuncia” estrattiva, scoprendo che le riserve che possono essere ancora erose senza produrre catastrofi ambientali oscillano tra il misero 3% della Russia ad un più cospicuo 11% dell’Unione Europea, dove il territorio è stato meno martoriato rispetto ai continenti definiti come poveri o in via di sviluppo.

In sostanza, secondo la ricerca pubblicata su Nature, il genere umano ha ormai esaurito le fonti energetiche, non tanto da un punto di vista strettamente legato all’approvvigionamento, ma da una prospettiva connessa con lo sconvolgimento degli equilibri naturali che la pratica comporta in termini di emissioni e di aumento medio della temperatura lungo l’intera crosta terrestre.

Dal momento che prescindere da petrolio e carbone appare al momento quantomeno utopico, la riconversione a fonti energetiche “pulite” potrebbe comunque rallentare gli effetti legati all’emissione di Co2 nell’atmosfera e concedere respiro alla ricerca di un’alternativa sostenibile, ma difficilmente le cifre fornite si porranno come deterrente agli occhi di un mondo che, a causa della ricerca continua di profitto, ha da tempo perso di vista le mezze misure e le mezze stagioni.

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