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Ispra: il cemento ha ormai divorato il 20% delle coste italiane

6 maggio 2015
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Ispra: il cemento ha ormai divorato il 20% delle coste italiane

C’era una volta una piccola nazione dolcemente affacciata sul Mediterraneo, talmente ricca di fascino da venire denominata Bel Paese a da trovarsi ad essere il faro del turismo internazionale per via di una particolare alternanza di scenari montuosi e marittimi, spesso compenetrati fino a rappresentare un armonico insieme omogeneo.

Purtroppo, gli abitanti del Bel Paese faticavano a scorgere l’inestimabile valore del loro patrimonio collettivo, preferendo coltivare orticelli privati, rigorosamente in cemento, proprio su quelle splendide coste, facendo affidamento nella benevolenza di Governi ed istituzioni locali piuttosto propensi aicondoni edilizi ed anch’essi intenti a coltivare i propri fatti e i propri orti.

Capita così che in occasione del rapporto presentato dall’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) nel corso di un evento parallelo a Expo 2015, intitolato “Recuperiamo Terreno”, si apprenda che la cementificazione selvaggia è riuscita a cancellare il 20% dell’intero complesso costiero italiano, pari ad una sterminata area dalla superficie di 500 kmq, vale a direl’equivalente dell’intera costa sarda, giusto per rendere le proporzioni mediante il ricorso ad un’Isola come metro di paragone.

Entrando nel dettaglio degli orrori nostrani si apprende inoltre che una discreta porzione del suolo costiero divorato dal cemento apparteneva ad aree geografiche protette per circa 34 mila ettari di superficie, che buona parte delle costruzioni censite (il 19,4%) è sorta ad una distanza compresa tra 0 e 300 metri dalla costa e che un’ulteriore porzione pari al 16% è stata edificata tra i 300 e i 1000 metri dal mare, a distanze cioè tutt’altro che sicure o adatte ad ospitare edifici.

Oltre al funesto danno di immagine e al ridotto afflusso turistico derivante dallo scempio, la costruzione di abitazioni a poco distanza della costa genera un fenomeno di impermeabilizzazione dei terrenipotenzialmente fatale per l’eco-sistema locale e per le stesse costruzioni, destinate a poggiare su superfici naturali adibite a tutt’altro scopo e a tutt’altra funzione.

Nonostante un quadro d’insieme noto e arcinoto, il processo non si è arrestato nel corso del 2014, facendo segnare la presenza di un ulteriore 7% di aree costiere cementificate, a fronte di un risultato quasi analogo (6,7%%) ottenuto durante l’anno solare precedente, per un totale cresciuto del 158% dalla seconda metà degli anni ’50.

Ad essere interessate dal fenomeno non sono tuttavia le sole aree costiere, ma anche vaste zone fertili come la Pianura Padana che sta rapidamente cedendo il passo a nuovi insediamenti urbani eterreni un tempo dedicati alle coltivazioni agricole e oggi tristi sedi di costruzioni più o meno regolari e più o meno accettabili da un punto di vista estetico e funzionale.

Pare dunque che se non riusciremo ad arrestare il processo in tempi brevi saremo costretti a salutare per sempre le velleità turistiche della nostra Penisola e a limitarci al racconto dell’Italia che fu, inesorabilmente sancito dall’incipit fiabesco.” C’era una volta il Bel Paese.”

 

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